Racconti di cinema “di famiglia”

Silvia Toso ed Evelina Nazzari
Fratelli d’arte-Storia familiare del cinema italiano
Casa editrice Sabinæ

INTERVISTA A SILVIA TOSO, MARTEDI’ 28 MARZO 2017 (a cura di Luca Balduzzi)

Come è nata l’idea di raccontare il cinema italiano da una prospettiva “familiare”? Di che cosa in particolare eravate alla ricerca?
L’idea di Fratelli d’arte nasce da un insieme di fattori apparentemente casuali. Tempo a disposizione dopo 43 anni di lavoro in Rai, dove mi sono occupata di programmi di ogni tipo, dalla prosa al varietà, dall’informazione giornalistica alle letture integrali, dalle interviste impossibili fino a Hollywood party. Esperienza lavorativa unita al desiderio di recuperare una parte di vita molto importante: la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza, messe da una parte dal momento in cui ho perso mio padre in un incidente stradale. Lui aveva 52 anni io 21. Ero molto giovane, una vita felice e spensierata, tanti progetti, sogni e desideri che si sono interrotti quella notte. Insomma una pensionata alla ricerca del “tempo perduto”.
In tanti anni non avevo mai dedicato troppo tempo al lavoro di mio padre. Ho sempre pensato ai momenti felici passati insieme, a tutto quello che mi aveva insegnato, a tutto quello che mi aveva fatto conoscere, all’amore che aveva caratterizzato il nostro rapporto, insomma padre-figlia e basta. Ma il suo lavoro, la sua passione, l’ho tenuta distante forse troppo. Era arrivato il momento di saperne di più di Otello Toso attore. Ho cominciato così a vedere film mai visti, a cercare su YouTube spezzoni di sceneggiati televisivi e film non più in circolazione. Certo in quel mondo ero nata e cresciuta, lo conoscevo bene, ne avevo sentito parlare, da quando ero piccola, dai miei genitori che si sono conosciuti al Centro Sperimentale. Avevo però sempre attribuito a quel lavoro la colpa della lontananza di mio padre da casa per lunghi periodi. Ma come ho detto era arrivato il momento.
Mi sono capitati fra le mani i tre dvd Malacarne, Alina e Verginità. Con Otello Toso e Amedeo Nazzari i primi due e con Otello Toso e Irenne Genna il terzo. Sapevo e ricordavo che Nazzari era amico di mio padre. Si frequentavano anche fuori dal set soprattutto in un periodo in cui Nazzari aveva un ufficio o una casa in viale Libia. Mi avrebbe fatto piacere conoscere un’altra figlia unica, Evelina Nazzari. Forse avremmo avuto modo di parlare dei nostri genitori, del nostro rapporto con il loro lavoro, insomma scoprire qualche tassello mancante. Prima di incontrarla ho scaricato e studiato le filmografie di Toso e Nazzari, scoprendo (ma in realtà già lo sapevo) che avevano lavorato con centinaia di attori, registi sceneggiatori che avevano fatto grande il cinema italiano. Molti avevano figli, qualcuno no. Certo riuscire ad incontrarli sarebbe stato fantastico, avrebbe colmato quel “tempo perduto” del quale ero ormai alla ricerca.
E’ così che ho proposto ad Evelina di viaggiare con me nei ricordi, nel passato, nel vissuto artistico dei nostri genitori, incontrando altri figli d’arte con cui ci saremmo potute confrontare, con cui avremmo potuto condividere momenti più o meno gioiosi e importanti del cinema italiano e soprattutto capire come questo “mestiere” aveva condizionato, indirizzato le loro vite, le nostre vite.

Come avete scelto i protagonisti del libro?
Non è stato difficile. Erano tanti anzi troppi i figli a cui avremmo potuto chiedere di raccontarsi. Abbiamo seguito un filo rosso per non cadere nella casualità. I nostri compagni di viaggio dovevano avere avuto un padre o una madre che avessero lavorato con entrambi i nostri genitori o almeno con uno di loro. Una attenta lettura delle filmografie di Toso e Nazzari ci ha indirizzato verso quei “fratelli d’arte” con i quali abbiamo potuto costruire il racconto del loro vissuto intrecciandolo con il nostro.
Abbiamo così iniziato a contattarli, a incontrali scambiando con loro emozioni, sentimenti, ricordi. Abbiamo registrato ore e ore di conversazione e ci siamo tutti resi conto che stavamo tirando fuori una parte di noi molto importante. Non erano solo ricordi o racconti ma qualcosa di più profondo di più intimo. Ci stavamo raccontando la nostra vita attraverso il ricordo, il lavoro dei nostri genitori. Senza segreti, imbarazzi o ritrosie.
Non è stato possibile incontrali tutti perché ci siamo rese conto che proseguendo, sarebbe venuta fuori una storia enciclopedica parallela del cinema italiano e così ci siamo fermate a 25 incontri. Nel mio caso mio padre con pochi di loro non ha mai lavorato ma c’era comunque un filo che legava Otello Toso a ciascuno di quei genitori con cui non aveva condiviso un’avventura cinematografica. Un esempio Massimo Dapporto. Mio padre con Carlo non ha mai lavorato ma erano molto, molto amici. Si vedevano spesso a Roma ma soprattutto a Milano e comunque Carlo Dapporto aveva girato un film con Nazzari.

Come si sono posti gli intervistati nel ricordare le figure paterne? Avete percepito in qualcuno un “timore del confronto” che magari li ha spinti a decidere di intraprendere, a suo tempo, carriere differenti e meno “sotto i riflettori”?
Va detto prima di ogni altra cosa che di ognuno di loro mi è rimasto qualcosa che porterò sempre con me. Intanto la loro completa disponibilità a raccontarsi e a raccontare una parte così importante della loro vita, il rapporto con il/i genitori “famosi”, e poi le risate, la semplicità con cui si sono raccontati, la dolcezza con cui hanno ricordato, il pragmatismo, raramente la ritrosia, in alcuni casi la determinazione.
Credo che il timore del confronto ci sia stato per alcuni solo da una certa età in poi. Quando si è bambini non si ha la percezione del lavoro particolare svolto da un genitore che fa l’attore. I problemi in età infantile e adolescenziali sono altri. Le assenze, qualche volta il senso di abbandono o lo spaesamento che si provano quando un genitore che ami è poco presente. Oppure quando il genitore è così famoso che si impone la domanda “Le persone mi vorranno bene per quello che sono io o perché sono figlia/o di un genitore famoso?”. Questo è stato un tema condiviso da molti ma ognuno poi ha utilizzato gli strumenti che aveva a disposizione per capire, e “aggiustare” la sua vita e renderla compatibile con il mestiere del padre o della madre.
E’ vero che quasi tutti i nostri “fratelli” hanno scelto non di confrontarsi ma di seguire le orme paterne o materne, ma è anche vero che molti hanno fatto scelte che nulla avevano a che fare con il mondo del cinema. Mi sembra di poter dire che non ho, per nessuno di loro, avuto l’impressione del timore del confronto. Quelli che hanno seguito l’esempio dei genitori dedicandosi chi al teatro, chi al cinema, chi a lavorare comunque nell’ambiente dietro le quinte, lo abbia fatto non tanto per confrontarsi ma perché nel corso degli anni quel lavoro era diventato familiare, perché quel lavoro li teneva vicino ai genitori, perché quel lavoro con il tempo hanno imparato ad amarlo. Certo qualcuno ci si è trovato dentro fin dalla nascita, ma ha continuato con soddisfazione per quella strada ritagliandosi spazi professionali a prescindere dal genitore.
Sono pochi i “fratelli d’arte” che hanno scelto strade completamente diverse: Manitta Camerini, Paolo Ceratto, Emi de Sica, Valentina Foà, Simone Mercanti, Renata Pisu, Milko Skofic, Silvia Toso. E’ anche vero che per alcuni di loro è rimasto il ripianto di non averci provato, ma è andata così.

Alcuni fra gli intervistati, invece, sono stati capaci anche loro di farsi strada fino a raggiunge a un livello, se non equivalenti, di sicuro equiparabili considerano i tempi differenti in cui si sono sviluppate le loro carriere…
Assolutamente sì. Chi, come ho detto prima, nel mondo dello spettacolo, chi in altri ambiti rofessionali nei quali sono riusciti ad esprimere se stessi al massimo livello. Mi viene in mente Renata Pisu che è diventata famosa scrittrice, giornalista, sinologa e mi è sembrata assolutamente soddisfatta della sua scelta. Così come Manitta Camerini e la sottoscritta che si sono dedicate al mondo della comunicazione lavorando per tantissimi anni in Rai. E così gli altri che, senza grandi rimpianti, hanno costruito la loro vita professionale con grande passione

C’è qualcuno che vi avrebbe fatto piacere intervistare ma che non siete riusciti a incontrare?
Certo, non qualcuno ma tanti. La lista è troppo lunga. Ci siamo fermate a quota 27 racconti perché altrimenti avremmo rischiato l’enciclopedia. La speranza è di poterli incontrare per una nuova avventura di Fratelli d’arte.



   

 

 

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