Aborti, il business degli orrori del Planned Parenthood

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Si è conclusa con la pubblicazione di un report di 471 pagine l’inchiesta del Congresso statunitense sulla compravendita di tessuti e organi di bambini abortiti, che contiene diverse accuse nei confronti di aziende, cliniche, organizzazioni e università in vario modo coinvolte in un mercato dalle dimensioni enormi e che ora potrebbero essere perseguite penalmente per la violazione di leggi statali e federali. L’inchiesta, durata oltre un anno, è stata condotta dal Select Investigative Panel on Infant Lives, una commissione parlamentare creata ad hoc per indagare sul caso.

Al centro dello scandalo, venuto alla luce grazie alla diffusione di una dozzina di video girati di nascosto da attivisti pro-life del Center for Medical Progress (come questo quotidiano ha già raccontato qui e qui), c’è la multinazionale degli aborti Planned Parenthood Federation of America (Ppfa), che ogni anno riceve oltre 500 milioni di dollari in finanziamenti pubblici, pari a circa il 40% del suo fatturato. Ma assieme al colosso abortivo, uno dei principali finanziatori delle campagne elettorali della Clinton e di Obama, a essere oggetto di indagine sono appunto anche le attività di cliniche responsabili di aborti oltre i termini legali, istituzioni come la University of New Mexico, aziende del biotech come la Novogenix, la Da Vinci Biologics, la StemExpress e altre ancora.

Il report svela quattro differenti modelli di business relativi alla raccolta di tessuti e organi fetali. Il primo è il “modello dell’intermediario”, basato su un mediatore che si procura il tessuto da una clinica abortiva o da un ospedale e poi lo rivende a un cliente. Il secondo e il terzo sono il “modello università/clinica” e il “modello azienda biotech/clinica”, che prevedono una stretta relazione con una vicina clinica abortiva, la quale vende periodicamente tessuto fetale ad aziende o università per asseriti scopi di ricerca. Il quarto modello, verso cui il panel esprime particolare preoccupazione, prevede un insieme di attività aberranti e illegali svolte da una data clinica, quali gli aborti tardivi realizzati tra il secondo e il terzo trimestre di gravidanza, gli aborti a nascita parziale (con l’aspirazione del cervello del feto vivo, fatto partorire parzialmente per estrarne un maggior numero di organi intatti) e il conseguente “trasferimento di tessuti o di interi cadaveri da quella clinica a enti di ricerca”.

Come ha commentato David Daleiden, fondatore del Center for Medical Progress, “il report finale del Select Investigative Panel mostra definitivamente che Planned Parenthood e i suoi soci nell’impero dell’aborto sono colpevoli della violazione di numerose leggi statali e federali”. Daleiden ha elencato varie infrazioni ammesse sotto giuramento da top manager di Planned Parenthood e svelato, inoltre, l’esistenza di e-mail della National Abortion Federation (Naf) in cui quest’ultima cerca di ottenere tangenti per ogni raccolta di tessuto fetale da parte di cliniche affiliate alla Naf.

Un business degli orrori, fatto sulla pelle dei bambini. “La mia speranzaè che le nostre raccomandazioni produrranno alcuni necessari cambiamenti sia all’interno dell’industria dell’aborto che in quella della raccolta di tessuto fetale. La nostra speranza è che questi cambiamenti proteggeranno sia le donne che i nascituri, come pure la moralità della ricerca scientifica”, ha detto la presidente della commissione Marsha Blackburn, che assieme agli altri colleghi repubblicani del panel ha chiesto che Planned Parenthood non venga più finanziata con i soldi dei contribuenti.

Una richiesta in linea, tra l’altro, con la promessa fatta in campagna elettorale da Donald Trump, sostenuta con forza dal presidente della Camera Paul Ryan e che il 4 gennaio ha ottenuto di misura un primo “sì” in Senato, all’interno di un progetto di legge che mira a reindirizzare i fondi finora destinati alla Ppfa verso poliambulatori pro-life che si prendono cura della salute di donne e bambini, e sono già ampiamente radicati nel territorio. Sarebbe il minimo per porre un argine a una cultura della morte che ogni anno negli Stati Uniti, solo attraverso Planned Parenthood, sopprime oltre 300 mila vite innocenti.



   

 

 

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