“Silenzi di Guerra”, Renato Raimo racconta il dolore di un padre

 

di Domenico Rosa

Perdere un figlio è come perdere una parte di sé, perché i figli sono in un certo senso il prolungamento del proprio essere. Tanto più per il medico Franco Ferrara, ritrovatosi a fare da padre e da madre dopo la scomparsa della moglie. Daniele, il cucciolo cresciuto troppo in fretta, lo sente dentro di sé, attaccato al suo corpo con la sola differenza che cammina e pensa autonomamente. Un amore totale quello di Franco che lo spinge sul Carso alla ricerca del suo ragazzo, appena diciottenne, chiamato ad adempiere i doveri di soldato. “La prima generazione di italiani nati tali – si legge nella prefazione del copione – mandati a morire per difendere i confini dall’invasore”.

Un’unità politica, quella italiana, fatta troppo in fretta, almeno questa è la percezione che si avverte nell’opera di Federico Guerri (dall’idea dell’attore Renato Raimo) durante la scena del treno, “una babele di lingue” parlate da giovani provenienti da tutta la Penisola. “Come faranno ad obbedire agli ordini? – si chiede Franco che poi continua -. Non sanno nemmeno se l’Isonzo è un fiume oppure una montagna”. In pratica il dono che la nuova Italia porta al suo popolo è la guerra.

Raimo specifica che non vuole indossare i panni dello storico, ma solo portare in scena i silenzi della guerra.Il silenzio fatto di pudore di un padre e un figlio. Quei silenzi pesanti che si respirano durante le attese, alla stazione, dove l’immancabile orologio, non ha più lancette. Il tempo è lo stesso per tutti i giovani che partono per il fronte, il loro Calvario. Colpiscono le profonde riflessioni del medico quando vede i soldatini confessarsi alla partenza. “Una confessione che sa tanto di estrema unzione. A che serve confessarsi – pensa – se vanno ad ammazzare o a farsi ammazzare?”.

Trova consolazione nel pensiero di non essere solo nella terribile attesa, a soffrire con lui c’è la dama bianca intravista alla stazione il giorno della partenza di quell’unico figlio. Si era accorto di lei troppo tardi, Daniele lo aveva invitato ad andare via qualche attimo prima del fischio del treno, voleva quell’ultimo abbraccio dalla ragazza amata. Troppo tardi Franco lo capisce, avrebbe volentieri ceduto il passo a colei che sarebbe potuta diventare la madre dei suoi nipoti. Qualche giorno dopo, in preda alla più totale disperazione, si rende conto che non può vivere senza quel figlio, parte anche lui, saltando sul treno in corsa. Diventerà soldato con la speranza di riacciuffare la vita di sempre, la vita di famiglia.
In realtà migliaia di giovani sono diventati terra, tutt’uno con la trincea e lo stesso Daniele lascerà la sua giovinezza sul Carso.

Franco seppur tra le difficoltà e l’abbrutimento a cui la vita di guerra portano, non perde l’umanità. Diventa il “medico delle parole”. Aiuta i tanti giovani analfabeti a scrivere lettere alle madri, alle persone care, alle fidanzate che anelano l’atteso ritorno. Nello scacchiere della guerra sa che i fanti sono i primi a morire e schivare le pallottole durante l’assalto equivale a un miracolo. Il destino gli riserverà solo una ferita, riuscirà nel passaggio dal tempo sospeso e angosciante della trincea a tornare alla tanto agognata quotidianità. A rincontrare la dama in bianco con cui condividere il suo dolore.



   

 

 

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