La lotta all’odio è l’eldorado dei censori e dei despoti

 

da IL PEDANTE

Alcune settimane fa un lettore mi segnalava che facciamocome.org non era più raggiungibile dai terminali della sua azienda. Il figlio primogenito e negletto de Il Pedante, nonché padre nobile di questo blog >>>>, era stato inserito nella categoria Hate/Racism dal produttore del firewall aziendale, una ditta israeliana il cui empito libertario si rivelava già nella ragione sociale: Check Point.

facciamocome

Scoprivo così di essere un hate speecher, una cattiva frequentazione della rete. E in quel piccolo incidente mi si parava l’emblema, il più paradigmatico e definitivo in cui sperassi di imbattermi, delle crociate dell’amore.

Chi visita facciamocome.org sa che l’odio lì rappresentato non è che la parodia del quotidiano odio riservato da commentatori, politici e opinionisti nazionali ai propri connazionali. Quello sì, reale. Ma ecco: mentre questi odiatori non patiscono censura e anzi trovano vieppiù spazio nei dibattiti pubblici, si censura chi ne espone ironicamente il livore. Nel mio piccolo non si colpiva l’odio di sistema ma chi criticava il sistema dell’odio. Il che accade anche nel grande e anticipa che cosa si intenda, e soprattutto dove si vada a parare, con l’attrezzo retorico dell’hate speech.

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L’hate speech è un’istigazione all’hate crime, quest’ultimo definito dall’OSCE come “un atto criminale commesso sulla base di un pregiudizio” con l’avvertenza che

per identificare un crimine d’odio non è necessario stabilire se esso sia causato dall’”odio”, ma va accertato che il crimine sia stato commesso e che il suo movente sia una qualche forma di pregiudizio.

Lasciamo i problemi giuridici sollevati dalla definizione al commento dei lettori più preparati di noi (uno su tutti: identificare nella presunzione di un giudizio l’aggravante di un reato legalizza la persecuzione delle idee) e ci chiediamo: se l’aggravante è identificata dal pregiudizio e non dall’odio, perché la si è intitolata all’odio?

E se nel caso dell’hate speech si pretende di censurare quei pregiudizi anche quando non si associano a reati, come si applica una norma che di fatto abbraccia qualsiasi generalizzazione polemica, sotto qualsiasi forma? Evidentemente non si può, andrebbe delimitata. E chi decide i limiti e le fattispecie, non essendovene traccia nelle definizioni ufficiali?

Come si è osservato scrivendo di meritocrazia, quando alla riscontrabilità dei criteri si sostituisce l’arbitrio dei giudizi, il diritto si fa strumento di chi ha la facoltà di imporre i propri giudizi, cioè del più forte – in questo caso chi decide quali siano i gruppi meritevoli di tutela e se i giudizi ad essi riferiti siano caratterizzati da infondatezza e potenziale reato. La casistica che ne risulta restituisce una fotografia fedele dei particolarissimi obiettivi politici del momento, che però nella retorica dell’odio si fingono fondamenti giuridici e principi senza tempo e senza bandiera, nobilitati dal richiamo etico dell’etichetta.

Prevedere quali siano i pregiudizi da censurare è quindi facile: sono quelli che confliggono con i pregiudizi di chi li censura. Seguono esempi:

razzismo-pedante

In quanto all’odio surrettiziamente associato al pregiudizio, si tratta dell’interpretazione di uno stato d’animo che nella definizione dello hate speech ricorre come nota di colore emotivo, mancandone accuratamente una caratterizzazione oggettiva. Nulla orienta infatti a distinguerlo, a parità di fenomeni, da frustrazione, esasperazione, rabbia, giusta indignazione ecc. se non appunto l’interpretazione di chi osserva. Sicché tirarlo in ballo serve a procurare un allarme producendo nei destinatari una percezione di pericolo e urgenza. Serve a fare presto in deroga alle cautele del diritto e assicurarsi così una serie di comfort dialettici. Perché l’attribuzione dell’odio:

  1. squalifica il presunto odiatore al rango di animale irrazionale e quindi
  2. rende superflua la comprensione dei suoi moventi (che in ogni caso sarebbero inesistenti, pretestuosi, patologici o comunque mossi da “ignoranza) e quindi
  3. giustifica la sua esclusione dal diritto di manifestare le proprie idee.

La censura nel nome dell’odio è la più facile, massimizza il risultato con il minimo sforzo, giustifica sé stessa ed è alla portata di tutti, anche e soprattutto dei meno dotati, perché nel dispensarli dalla faticosa indagine delle cause regala loro l’ebbrezza di lottare contro le tenebre della cattiveria. Così la censura, da soppressione di un diritto qual è, diventa un atto meritorio, una violenza filantropa di cui vantarsi nel branco.

Un esito, per certi versi, già tracciato nella formulazione originaria: quel “pregiudizio” escogitato per liquidare d’autorità i giudizi altrui non in quanto distorti, grossolani e male indirizzati (ad es. “i musulmani” per le sciagure delle politiche migratorie o “gli ebrei” per quelle della finanza), ma alla stregua di deliri indegni di analisi. Con il pregiudizio non si dialoga, gli si può solo fare la guerra. Lo si deve, appunto, odiare.

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Se la lotta all’odio è l’eldorado dei censori e dei despoti, la sua proprietà più strabiliante è però un’altra: quella di produrre, in deroga a sé, un odio ancora più grande e finalmente libero da censure. Nel perseguire i messaggi dei presunti odiatori essa fa di questi ultimi il bersaglio di un odio sicuro e impunito, li dà in pasto alla ferocia dei giusti.

In una precedente serie di articoli ci siamo occupati delle reazioni all’esito referendario sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. In quella sede si osservava come l’immaginata xenofobia dei vincenti brexiteers giustificasse agli occhi dei commentatori non solo la loro auspicata esclusione dal diritto di voto – con il collaterale recupero dei fondamentali fascisti – ma anche una denigrazione inaudita e volgare indirizzata alle categorie che più vi erano rappresentate: i vecchi, gli illetterati, gli indigenti.

L’odio per gli odiatori è un liberi-tutti, la promessa di un violenza socialmente utile, un passpartout per canaglie e frustrati. Da una recente sentenza del tribunale di Manchester si apprende che pochi giorni dopo il voto un pregiudicato sessantasettenne remainer percuoteva a morte un vicino di casa alla notizia che quest’ultimo aveva votato brexit. Prima di ucciderlo gli avrebbe urlato: “Se hai dei figli pensa alla loro generazione, non alla tua!”. Così l’amore per gli inesistenti e i lontani giustificava l’assassinio di un prossimo.

Si osservi in grafica un altro reperto antropologico. Qui un nostro lettore auspicava che alle persone colpite dal terremoto di Amatrice fosse garantita almeno la stessa assistenza prestata agli stranieri che raggiungono il nostro Paese, nelle more delle richieste d’asilo. Il messaggio era certo polemico e se ne potrebbero discutere l’opportunità e il merito, ma francamente io non vi lessi alcun odio. Non così i guardiani dell’amore, i cui benevoli richiami si apprezzeranno nel seguito.

razzismo2-pedante

La lotta istituzionale all’odio produce odio, più pericoloso del primo perché a) non è indirizzato a categorie collettive e impersonali, ma colpisce singolarmente gli individui e b) si fa forte dell’approvazione dell’autorità.

Sbaglierebbe però chi pensasse a una malaugurata eterogenesi dei fini. Che la guerra e l’intolleranza all’odio non stiano producendo società più benevole è sotto gli occhi di tutti e si spiega facilmente osservando che per avere meno odio bisognerebbe prima avere meno cose odiose - in primis diseguaglianze e ingiustizie.

Siccome nulla di ciò avviene, e anzi avviene il contrario (qui un rapporto, qui una spiegazione), la selettiva retorica dell’odio è solo un modo per patologizzare il dissenso prendendone di mira le manifestazioni più grottesche, e rivolgere lo scontento delle vittime contro altre vittime. Con un vantaggio aggiunto: che nel moltiplicare deliberatamente il livore trasforma le mappe dell’odio – cioè gli indesiderata di chi ha il potere di imporle – in liste di proscrizione da dare in pasto alle masse: saranno quest’ultime a fare il lavoro sporco, a cercare casa per casa gli oppositori/odiatori, a creare quel clima di paura tanto caro ai censori.

E lo faranno non solo volentieri, perché in ciò si glorieranno di lottare per il Bene e non per il padrone, ma anche gratis et (appunto) amore Dei.

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(per i più pedanti, segue un’appendice letteraria). NE CONSIGLIAMO LA LETTURA



   

 

 

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