Embargo armi e fondi bloccati, l’ONU impedisce alla Libia di difendersi da Isis

 

Roma – Alla vigilia del summit internazionale di Vienna, in cui la diplomazia cercherà una soluzione al caos Libia, il premier, Fayez Al-Serraj ribadisce che per sconfiggere l’Isis, il governo ce la può fare da solo e senza intervento straniero, ma ha bisogno di aiuto: “Non chiediamo soldati sul terreno, ma assistenza per l’addestramento e inoltre la revoca dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU“.

Fayez al-Serraj (Afp)

Fayez al-Serraj (Afp)

In una lettera pubblicata da ‘The Telegraph’, il premier del governo riconosciuto a livello internazionale ricorda gli sforzi compiuti in tema di sicurezza, riconciliazione nazionale, ripresa economica, giustizia sociale, riforme istituzionali e assicura: “Siamo di nuovo sulla giusta strada”. “Chiediamo la fine immediata delle sanzioni Onu che tengono congelati beni libici: abbiamo bisogno di queste risorse per sconfiggere i terroristi“, continua. Ma bisogna essere “realistici”: “Ci vorrà del tempo per riprendersi da caos e divisioni”.

Poi il monito: “La comunità internazionale ha delle responsabilità verso la Libia”. ” E aggiunge: “So che per molti in Europa la questione dei migranti e del traffico di esseri umani dalla Libia è tema di enorme preoccupazione e lavorerò senza sosta per mettervi un freno. Ma la maniera migliore per mettere fuori gioco i trafficanti di esseri umani è fare in modo che la Libia sia stabile e sicura” e che superi la crisi economica. “è l’unica soluzione di lungo termine: i soldati e le navi straniere non sono la risposta”.

Intanto in Libia si continua a combattere. Sono in corso scontri a fuoco nel quartiere al Sabri di Bengasi, seconda città libica e sede provvisoria del governo non riconosciuto guidato dal premier Abdullah al Thani. Secondo il sito informativo libico ‘al Wasat’, la Brigata 309 dell’autoproclamato Esercito libico del generale Khalifa Haftar sta combattendo contro un gruppo dell’Isis. L’esercito ha preso di mira una postazione jihadista nel quartiere di al Sabri, che si trova a pochi chilometri dal porto, con colpi di mortaio e raid aerei. L’esercito starebbe avanzando, seppur lentamente, a causa dei numerosi cecchini presenti nei palazzi abbandonati, delle mine e delle trappole bomba piazzate dall’Isis. Il centro della città di Bengasi è stato liberato dalla presenza dei gruppi islamisti affiliati al “califfato” nel mese di febbraio. La vittoria ha spinto alcuni membri del governo al Thani, che si riunisce in parte anche ad al Badya, vicino Tobruk, ad operare dalla seconda città libica culla della rivoluzione che ha deposto il colonnello Muhammar Gheddafi nel 2011. Tuttavia, in alcune zone della città, come nei pressi della cosiddetta fabbrica di cemento, sono presenti delle sacche di resistenza. Si tratta soprattutto di cecchini che prendono di mira chiunque gli capiti a tiro e che sfruttano una complessa rete di cunicoli, disseminati di trappole esplosive, per sfuggire alla cattura.

Sull’altro fronte bellico, quello di Misurata, i miliziani dell’Isis stanno avanzando a sud e sono arrivati nei dintorni della città di Bani Walid. Le milizie locali, che fanno capo a quelle di Misurata, nonostante una rivalità molto accentuata tra le due municipalità, hanno annunciato di esser riuscite a respingere un tentativo dei miliziani islamici di entrare nella zona di Wadi Shamikh, che si trova intorno a Bani Walid. Dopo uno scontro a fuoco i jihadisti si sono ritirati tornando ad Anu Najim. L’obiettivo dei miliziani del sedicente “califfato” era quello di prendere posizione nella zona di Suf al Jin perstabilirsi in quell’area. La scorsa settimana gli stessi miliziani di Bani Walid avevano lanciato l’allarme su un convoglio sconosciuto composto da 25 veicoli. All’inizio del mese i gruppi dell’Isis hanno conquistato la città di AbuGhrein, snodo strategico tra la costa libica e l’entroterra situato circa 110 chilometri a sud-est da Misurata. L’attacco ha colto alla sprovvista le milizie di Misurata, costrette a ripiegare in città e a chiedere l’aiuto della vicina Tripoli. La città di Bani Walid è stata a lungo una roccaforte dei clan libici fedeli al defunto colonnello Muhammar Gheddafi. Dopo la rivoluzione del 2011, tuttavia, questa municipalità è stata costretta a subire l’egemonia di Misurata, sede della coalizione delle miliziefilo-islamiste di “Alba della Libia”.

Sul piano prettamente politico, il presidente della Camera dei rappresentanti libica, Aguila Saleh, ha convocato per oggi i suoi vice e alcuni deputati per discutere della possibilità di convocare la seduta parlamentare per il voto di fiduciaal governo di riconciliazione nazionale. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa libica al Tadhamoun, lariunione servirà per studiare la possibilità di modificareil cosiddetto ‘Annuncio costituzionale’ (che funge da Costituzione provvisoria), considerato da Saleh un passonecessario per arrivare al voto di fiducia sul nuovo governo. Il portavoce di Saleh, Abdel Karim al Marimi, ha aggiunto che verrà chiesto ai ministri “di presentare i loro curricula che verranno discussi in aula”. Per sette volte il Parlamento libico si è riunito a Tobruk, in Cirenaica, senza mai riuscire a votare la fiducia alla lista dei ministri presentata dal premier incaricato Fayez al Sarraj, capo del Consiglio di presidenza libico, organismo creato con l’accordo politico raggiunto a Shkirat, in Marocco, sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Ad opporsi al nuovo governo sono i politici fedeli al generale Khalifa Haftar, capo di stato maggiore dell’autoproclamato Esercito libico attivo nella Cirenaica. Quest’ultimo, infatti, non intende cedere la guida delle forze armate al premier Fayez al-Serraj, come previsto invece dall’accordo politico sottoscritto in Marocco. La situazione di stallo continua a dividere il paese in due entità governative, anche se le Nazioni Unite riconoscono il Consiglio di presidenza come legittimo rappresentante del popolo libico, in attesa del voto di fiducia del parlamento di Tobruk guidato da Saleh, recentemente raggiunto da sanzioni internazionale per aver ostacolato la seduta sul nuovo esecutivo. (AGI)

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1 Commento per “Embargo armi e fondi bloccati, l’ONU impedisce alla Libia di difendersi da Isis”

  1. …i soldi libici (miliardi) sono rimasti “congelati” a Goldman Sachs che guardacaso è il burattinaio della Clinton la Corrotta e la Sanguinaria . L’ONU è un’appendice infetta degli USA, come la NATO e UE.
    L’embargo è l’arma che da sempre usano gli americani per uccidere i civili, vero bersaglio delle guerre americane e ricordo che anche la Siria è sotto embargo, per lo scopo dichiarato dagl’assassini americani di decimare la popolazione affinchè si ribelli ad Assad.

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