Caso Orlandi, la Cassazione conferma l’archiviazione dell’inchiesta

 

La sesta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana di cui non si hanno più notizie dal 22 giugno 1983. I supremi giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla famiglia Orlandi contro l’ordinanza con cui il gip di Roma, il 19 ottobre scorso, dispose l’archiviazione dell’indagine della Procura. Anche la Procura generale della Cassazione aveva sollecitato con requisitoria scritta l’inammissibilità totale del ricorso. Il fratello di Emanuela, Pietro, appena saputo della sentenza ha ribasito la posizione della famiglia sul caso: “Nessun potere, per quanto forte sia, potrà fermare la verità, anche se rimarrà una sola persona a difenderla e a pretenderla“.

EmanuelaOrlandi

Legale famiglia, presto ricorso a Strasburgo
“L’archiviazione era in un certo senso attesa e messa in preventivo. E purtroppo, a questo punto, la verità processuale non si potrà mai sapere”. Pietro Sarrocco, legale della mamma di Emanuela Orlandi assieme all’avvocato Ferdinando Imposimato, commenta con dispiacere quanto deciso dalla Suprema Corte e annuncia, all’esito del deposito delle motivazioni, un ricorso alla Corte di Strasburgo sul rapporto processuale tra Procura e parte offesa: “La famiglia Orlandi, attraverso Imposimato, ha negli anni scorsi presentato una serie di memorie per sollecitare gli inquirenti a seguire la pista del terrorismo internazionale, piuttosto che quella della Banda della Magliana. Ebbene, la Procura – ha sottolineato l’avvocato Sarrocco – non ha mai ritenuto necessario svolgere approfondimenti su questo filone e sviluppare quegli indizi indicati e suggeriti a piu’ riprese da questa parte offesa, come se li avesse del tutto ignorati. è giusto che cio’ sia avvenuto? E la stessa parte offesa quali strumenti ha di tutela se dall’altra parte non si vogliono fare le indagini? Ecco, su questo mi aspetto che la Corte di Strasburgo ci dica qualcosa“.

Dopo 33 anni resta il mistero sulla sua sorte
Con la decisione della Cassazione resta per sempre nel mistero la sorte di questa ragazza oltre a quello della coetanea Mirella Gregori sparita il 7 maggio di quell’anno. Per anni diversi magistrati hanno lavorato al caso senza mai raccogliere risultati utili. Un’apparente svolta risale nel luglio del 2005 quando alla redazione del programma ‘Chi l’ha visto?’ giunge una telefonata di un anonimo che invita a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare: il defunto era Enrico De Pedis, detto Renatino, uno dei boss della Banda della Magliana, ucciso nel febbraio del 1990.

Nel 2008, Sabrina Minardi, per qualche anno amante proprio di De Pedis, rivela agli inquirenti che Emanuela Orlandi era stata uccisa e che il suo corpo, rinchiuso in un sacco, era stato gettato in una betoniera a Torvaianica. Secondo la supertestimone, la 15enne sarebbe stata tenuta prigioniera in un’abitazione vicino a piazza San Giovanni di Dio. Pur con tutte le perplessità del caso, i magistrati, che indagano per sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio volontario aggravato dalle sevizie e dalla minore età della vittima, si attivano per cercare i dovuti riscontri. Ma i risultati sono scarsi.

La Minardi viene sentita piu’ volte dagli inquirenti, cade in contraddizione, smentisce precedenti sue ricostruzioni del fatto finendo lei stessa sotto indagine. Gli accertamenti della Procura vengono estesi anche ad altri soggetti vicini a De Pedis: l’autista Sergio Virtu’, i due stretti collaboratori Angelo Cassani, detto ‘Ciletto’ e Gianfranco Cerboni, detto ‘Gigetto’, e poi monsignor Pietro Vergari, fino al ’91 rettore della basilica di Sant’Apollinare, dove si trova la tomba dello stesso De Pedis. La tomba di quest’ultimo viene aperta il 14 maggio 2012: il corpo del boss viene identificato, ma null’altro di utile dal punto di vista investigativo emerge dall’esame dei reperti ossei ritrovati all’interno della cripta della basilica.

L’ultima novità istruttoria è legata alle dichiarazioni rese da Marco Fassoni Accetti, di professione fotografo, per il quale il sequestro della Orlandi ha a che vedere con l’esistenza di trame internazionali ordite alle spalle dell’allora Pontefice. Ma Accetti viene liquidato da chi indaga come inattendibile e non credibile.

L’ultima speranza dei familiari di Emanuela Orlandi risale alla fine del dicembre 2014 quando Alì Agca, l’ex Lupo Grigio che aveva sparato a Papa Wojtyla nel 1981, si presenta a sorpresa a piazza San Pietro per portare dei fiori alla tomba di Giovanni Paolo II. La famiglia si attiva immediatamente per presentare una istanza alla magistratura affinchè l’ex terrorista turco venga interrogato. Richiesta respinta: anche Agca è ritenuto “soggetto inattendibile” per aver reso piu’ volte dichiarazioni sul caso Orlandi, sia pubbliche che in sede processuale, che si sono rivelate “infondate” e “scarsamente credibili”. Da qui la richiesta di archiviazione inoltrata dalla Procura secondo cui,”da tutte le piste seguite e maturate sulla base di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di numerosi testimoni, di risultanze di inchieste giornalistiche e anche di spunti offerti da scritti anonimi e fonti fiduciarie, non sono emersi elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati”. Una conclusione recepita nell’ottobre scorso dal gip Giovanni Giorgianni e ora confermata anche dalla Cassazione. (AGI)

La scomparsa di Emanuela
Emanuela Orlandi, all’epoca della scomparsa aveva 15 anni e abitava in Vaticano con i genitori e quattro fratelli. Nel giugno 1983 aveva appena terminato il secondo anno del liceo scientifico al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Dotata di un considerevole talento musicale, frequentava da anni una scuola di musica in piazza Sant’Apollinare a Roma, a poca distanza da Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, dove seguiva corsi di pianoforte, solfeggio, flauto traverso e canto corale.

Il giorno della scomparsa, Emanuela si recò a lezione di musica attorno alle16 del pomeriggio per uscirne come di consueto verso le 19. Quindi telefonò a casa dove parlò con una delle sorelle riguardo a una proposta di lavoro che avrebbe ricevuto, retribuita con la somma di 350.000 lire per un lavoro di poche ore come promotrice di prodotti cosmetici di una nota marca durante una sfilata di moda nell’atelier delle Sorelle Fontana. Questo fu l’ultimo contatto che la giovane ebbe con la famiglia. In seguito fu accertato che la ditta di cosmetici in questione non aveva nulla a che vedere con l’offerta di lavoro e risultò altresì che nello stesso periodo altre adolescenti dell’età di Emanuela erano state adescate da un uomo con il pretesto fasullo di pubblicizzare prodotti cosmetici in occasione di eventi quali sfilate di moda o altro.

Dopo la telefonata, Emanuela raggiunse due compagne di corso alla fermata dell’autobus in Corso Rinascimento. A detta delle amiche, Emanuela alluse ad una proposta di lavoro molto allettante ricevuta e, messa in guardia da loro, disse che avrebbe chiesto prima il permesso di partecipare ai genitori e che avrebbe comunque fatto attenzione per evitare brutte sorprese. Attorno alle 19:30 le amiche salirono sui bus che li riportarono a casa, mentre Emanuela preferì aspettare un autobus meno affollato. Da allora se ne persero le tracce. (AGI)



   

 

 

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