Migranti islamici si convertono per diventare cristiani perseguitati

Giovanni Masini da Berlino

Guardando gli anziani berlinesi che dividono i dolci natalizi con i profughi verrebbe da pensare a una storia edificante, dolce, quasi troppo. I dannati della terra che fuggono dalle persecuzioni, vengono accolti dai generosi tedeschi e per soprammercato trovano anche la Fede.

Peccato che, come in tutte le storie, arrivi qualche malizioso a rovinare l’happy ending. Di fronte a un numero di conversioni così alto – si parla di quaranta battesimi al mese, secondo i dati del pastore Gottfried Martens - c’è chi ha insinuato il dubbio che questa ondata di vocazioni sia frutto più della necessità di ricevere la protezione internazionale che quella dello Spirito Santo.

Molti dei catecumeni, infatti, provengono dall’Iran, Paese che per fortuna non è in guerra ma dove vige un’oppresiva teocrazia islamica e dove gli episodi di persecuzione contro i cristiani non sono infrequenti. Il copione, secondo chi vuole pensar male, sarebbe questo: i migranti abbandonano l’Iran, arrivano a Berlino dove si fanno battezzare e quindi si oppongono a un eventuale rimpatrio forzato facendosi scudo della nuova fede.

Padre Martens non è all’oscuro di queste accuse, ma deve spiegare che la parrocchia non può respingere a priori le richieste di chi vuol farsi battezzare. “Io ammetto tutti al corso pre-battesimale – ci spiega nel suo ufficio, sotto un rustico crocifisso di legno grezzo – Ma alla fine c’è un esame e comunque io non ammetto al sacramento quelli che non ritengo avere una solida motivazione religiosa. E qualcuno viene rimandato indietro.”

Tra i giovani fedeli, però, pare esserci una fede sincera che non si limita allo sfoggio di vistosi croci pettorali che farebbero l’invidia di un vescovo: “In Gesù e nella religione cristiana ho trovato amore e umanità – spiega Khalid, l’unico che non ha paura di mostrarsi davanti alla telecamera – Dopo la conversione la mia vita è migliorata. Anche mio figlio si è convertito e di questo ringrazio Dio.”

Le sue parole sembrano sincere e la buona volontà indubbia, ma i dubbi restano. Non ultimi, quelli che mi fa sorgere Asma quando, nella sua deliziosa ingenuità, racconta candida: “Sai, sono arrivata qui con due afghani che si erano rivolti al pastore perché non volevano essere rimandati in patria. Ma conoscendo il pastore e la religione si sono convertiti.” Sacro e profano, com’è naturale, si mischiano. Il pastore, com’è suo dovere, accoglie chiunque. Quanto al resto, ognuno per sé e Dio per tutti.

@giovannimasini  il Giornale



   

 

 

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