Business immigrati: finti badanti, sotto accusa presidente dei sordomuti

Con 1.000 euro si otteneva l’emersione dal lavoro nero e permessi di soggiorno. Alla sbarra degli imputati sono finite venti persone, tra le quali il presidente della Federazione nazionale sordomuti, Pietro Giardini, e l’avvocato Federica Pica. Nei loro confronti sono ipotizzati i reati di associazione per delinquere, falsità ideologica e violazione della normativa in materia di assistenza e sostegno alle famiglie.

L’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma ha consentito di far luce su un supposto sistema teso alla compravendita di attestazioni per l’emersione dal lavoro nero. Documenti utili per la successiva richiesta di permessi di soggiorno. Un vero e proprio business che avrebbe consentito a vari cittadini egiziani di ottenere questi documenti sulla base di false attestazioni. C’è da dire che gli imputati negano di aver compiuto reati, affermando che ogni atto compiuto sarebbe stato fatto nel rispetto della legge. L’accusa però sarebbe supportata da una serie di documenti oltre che da intercettazioni telefoniche che – ritiene la Procura – sarebbero schiaccianti. Negli atti si legge che «Giardini, presidente della Federazione nazionale sordomuti, metteva in contatto Mohamed Saad e Attia Sarhan (entrambi accusati anche di associazione per delinquere, ndr ) con sordomuti, proponendo a questi ultimi, un corrispettivo di 1.000 euro che venivano versati da cittadini egiziani presentati dai due, per aiutare i medesimi a ottenere il permesso di soggiorno».

Così, è l’ipotesi dell’accusa, i sordomuti che accettavano il denaro «figuravano quali datori di lavoro domestico dei predetti extracomunitari che così presentavano domanda di emersione di lavoro irregolare; in ciò venivano supportati dalla Pica (accusata di essere esclusivamente partecipe all’associazione, ndr), avvocato che seguiva la procedura e assicurava i sordomuti circa la liceità dell’operazione».

Una volta incassate le attestazioni di lavoro domestico, i cittadini egiziani si recavano allo Sportello unico per l’immigrazione, così da ottenere «l’emersione di inesistenti rapporti di lavoro». Successivamente, secondo i magistrati, Giardini e Pica avrebbero commesso anche il reato di falsità ideologica. In particolare, avrebbero attuato un presunto stratagemma affinché i cittadini egiziani presentassero al Ministero dell’Interno i documenti relativi ai contratti di lavoro, così da ottenere i permessi di soggiorno. Giardini e Pica, è annotato, «inducevano in errore i competenti funzionari del Ministero dell’Interno che conseguentemente emettevano in favore degli stessi permessi di soggiorno falsi perché basati sull’errato presupposto che gli stessi cittadini egiziani fossero lavoratori dipendenti domestici».

Ivan Cimmarusti  il tempo



   

 

 

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