Magistratura e PCI, i nemici del progresso dell’Italia

di Gaetano Immé

Ci sono molti ostacoli nella ricerca e nell’affermazione della verità sulla storia del nostro Paese: la guerra fredda, la minaccia del Pci, la classe politica, gli apparati segreti dello Stato, la stampa, l’Alleanza atlantica, la Chiesa. Ma il peggiore, il più arduo da eliminare è la magistratura.

 

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Al tempo scellerato “della malefica illusione”, quando il simbolo dell’Italia ‘pulita’ era diventato un impresentabile ex pubblico ministero che incarnava un ordine giudiziario che s’intestava la salvifica missione di ridare al Paese una classe politica liberata dai corrotti, dai malviventi politici, dai collusi con la criminalità organizzata, in pochi , tutti reietti ed irrisi dai maestri del pensiero comune e conformato, avevano il fegato di ricordare che se l’Italia era stata depredata e saccheggiata lo si doveva certamente ad una classe politica che non solo non fu spazzata via e crocefissa ( ma solo in minima parte eliminata nelle aule dei tribunali) ma che fu difesa e protetta per più di mezzo secolo da quegli stessi magistrati che oggi pretendono , non si capisce a quale titolo, la riconoscenza del Paese e che , invece, essi hanno concorso a distruggere.

Non dimentichiamo questa verità : la magistratura continua ad assolvere il suo compito di copertura di ogni menzogna ufficiale. La pretesa avanzata oggi dai magistrati italiani di essere stati loro i primi ad aver denunciato i saccheggiatori del Paese è del tutto priva di fondamento. E’ vero l’esatto contrario.

Excursus storico
Il rapporto di simbiosi fra Stato e criminalità era tale che Gaspare Pisciotta, destinato ad essere ucciso il 9 febbraio del 1954 nel carcere palermitano dell’Ucciardone con una dose di cianuro, poté gridare nell’aula della Corte d’assise di Viterbo: “Siamo un corpo solo banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito santo”. Risale al 1947 la scoperta di uno dei tanti scandali politico-finanziari che avrebbero punteggiato, da allora ad oggi, la storia del regime, che coinvolgeva in quel caso il ministro delle finanze del tempo, denunciato dall’onorevole Andrea Finocchiaro Aprile. Il relatore parlamentare, il liberale Rubilli, scrisse nel suo resoconto finale, quasi fosse un’attenuante o addirittura un merito, che “l’on. Vanoni riscosse soltanto una parte del compenso assegnatogli. E l’altra, la parte maggiore, la fece ritirare di persona, rimasta completamente ignota, per conto del partito…” Per la prima volta viene alla luce una stortura destinata a radicalizzarsi: il finanziamento al proprio partito come giustificazione alla distrazione di fondi pubblici” .

Un esempio concreto del comportamento da parte degli organi giudiziari e di polizia viene dal caso di Luciano Leggio, più noto come Liggio, lasciato libero per decenni di agire nella forma spietata che gli era propria, prima di essere arrestato per l’iniziativa personale di un ufficiale della Guardia di finanza che, invece di un encomio – come egli si attendeva – ricevette dal comandante generale del Corpo un rimprovero e, successivamente, un trasferimento di sapore punitivo. La relazione della Commissione antimafia, presieduta dal democristiano Carraro ricorda, ad esempio, che per l’omicidio della guardia campestre Comajanni, che lo aveva arrestato il 28 agosto 1944 “con un rapporto del 31 dicembre 1949, il Comando forze repressione del banditismo denunciò quali autori…Leggio e Luciano Pasqua. La denuncia fu fondata sulla confessione di Pasqua e su molti altri elementi, ma Leggio e Pasqua furono assolti per insufficienza di prove dalla Corte di Palermo, con sentenza del 13 ottobre (confermata dalla Corte d’assise d’appello di Bari con sentenza del 18 febbraio 1967)” (ivi, p.111). Anche per l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, il copione recitato dagli organi giudiziari fu identico: “…Pasquale Criscione e Vincenzo Collura accusarono Leggio del sequestro e dell’omicidio di Rizzotto, confessando inoltre di aver preso parte al delitto…Tuttavia, nonostante le confessioni e la chiamata di correo, con sentenza del 30 dicembre 1952, la Corte d’assise di Palermo prosciolse gli imputati per insufficienza di prove e la sentenza fu confermata dalla Corte d’assise d’appello l’11 luglio 1959. Il ricorso in Cassazione fu rigettato il 26 maggio 1961″

Il Pci e la Magistratura italiana erano perfettamente conniventi con il sistema mafioso siciliano. E dunque conoscevano ogni risvolto, ogni angolo degli intrecci e degli intrallazzi fra mafia e potere politico.

Nel precoce 1958 nasce in Sicilia il “milazzismo quando Silvio Milazzo della Dc venne eletto presidente della Regione Siciliana con i voti dei partiti di destra (Msi) e di sinistra (Pci). Gli “ideologi” di quel governo siciliano dove il Pci, già dal ’59 dunque, iniziava la sua opera di convivenza e di collaborazione con esponenti della mafia siciliana, furono due. Un Senatore del Pci, tale Ludovico Corrao ed il Deputato della Dc nissena Francesco Pignatone, un vero e proprio teorico del milazzismo. Nel febbraio del 1960 il Senatore Ludovico Corrao, del Pci, corruppe il deputato regionale della Dc Carmelo Santalco: in cambio di 100 milioni avrebbe dovuto sostenere il governo di Silvio Milazzo.

Negli anni del terrorismo il Pci, con Occhetto segretario a Palermo, poi leader regionale, pioniere dell’”unità autonomista” , anticiperà in Sicilia il compromesso storico di Berlinguer e Moro. Una realtà che il Pci cerca di nascondersi , come fa Occhetto stesso in un suo libro, dietro la foglia di fico “ dell’apertura del Pci alla borghesia illuminata e agli intellettuali come Sciascia e Guttuso, portati sui banchi del Consiglio”

Ma che vanno raccontando ? Col Pci c’era la mafia, altro che la “ borghesia illuminata”, altro che Sciascia! C’era Vito Ciancimino, c’era Salvo Lima, c’era la mafia, c’era da spartire con mafia ed altre forze politiche conniventi la ricca torta degli appalti pubblici. E Sciascia, dite ad Occhetto, capì tutto , da buon siciliano e scappò via. Ma quale “ borghesia illuminata”! C’era la mafia con il Pci nella Sicilia e la Magistratura fingeva di non vedere. Si girava dall’altra parte. Poi vennero gli anni del Presidente Rosario Antonino Nicolosi , anni terribili per il mondo, per l’Italia ed anche per il Pci e per la Magistratura.  Nicolosi scrisse un memoriale, che consegnò solo nel 1997 ai magistrati della procura di Catania, dove svelava segreti e decenni di decenni e decenni di spartizione di opere pubbliche e di ricche tangenti fra imprenditori, politici di sinistra, politici di centro e mafiosi d’ogni risma e provenienza, mentre la Magistratura assisteva immobile ed asservita al sistema criminale del quale era una colonna Furono perquisiti gli uffici di trenta imprese a Milano, Roma, Ravenna, Palermo, Agrigento, di grandi aziende come Cogefar, come la Lodigiani, come la Grassetto, come la Astaldi, ma sopra tutto in quasi tutte le cooperative facenti capo al Pci. Il memoriale di Nicolosi è zeppo di nomi eccellenti. Filtrano i nomi, tra gli altri, dei Dc Mattarella, Mannino, Salvo Lima ( l’uomo che collegava la mafia alla Dc andreottiana), dei comunisti Colajanni, Parisi, Antonino Fontana ( di cui riparlerò fra poco), dei socialisti Andò, Lauricella, Capria, del repubblicano Gunnella e Bianco. Disgraziatamente Nicolosi morì nel 1998

Tornando sul continente, è storia che dal 1948 in poi il finanziamento illegale del Pci si sia fondato su due pilastri :
Da un lato l’incessante e massiccio finanziamento illegale da parte del Pcus e del Kgb. Dall’altro lato un sistema , totalmente di stampo emiliano – romagnolo , delle cooperative comuniste o rosse realizzato da Eugenio Reale, un altro “nobile e ricco ” napoletano fattosi comunista (per poi pentirsene) , che si accaparrava la maggior parte degli appalti pubblici. Le cooperative rosse finanziavano il Pci “ assumendo per comodo i suoi funzionari”. Una grande società di assicurazione, la Unipol – era praticamente il “ polo comunista” assicurativo e finanziario che si opponeva a quello di Agnelli della SAI – ma un sistema finanziario tramite il quale nacque la “ Banca Unipol”, la successiva “dipendenza” e “ subalternità” del Monte dei Paschi di Siena verso il Pci fino alla sua acquisizione tramite la “ Fondazione bancaria MPS “notoriamente tutta nelle mani del partito politico Pci, l’acquisizione al MPS della Banca del Salento, poi della Banca Agricola Mantovana. La conquista del potere economico finanziario e bancario è continuato, assolutamente senza alcun ostacolo da parte della Magistratura non ostante l’evidenza del pericolo per la democrazia dal grumo di potere politico ed economico che il Pci andava realizzando, con il famoso assalto alla Banca Nazionale del Lavoro organizzato dal Pci/DS a segreteria Fassino, insieme a imbarazzanti compagni di assalto al suono di quella famosa frase “ abbiamo una Banca”? Tutto questo ha consentito al Pci di diventare “ un unicum”, ovvero un partito politico e contemporaneamente una holding finanziaria e bancaria il cui potere e la cui influenza tracimava da Via delle Botteghe Oscure , allignava su tutto il Paese , soffocava ogni residua forma di libertà economica , condizionava e ricattava il voto popolare.

Fu consentito, direi anche “ voluto” dalla Magistratura che il Pci creasse la più grande “holding del malaffare politico” esistente in tutta Europa . Un conflitto di interessi da spavento, una costante opera corruttiva e criminale consistente nel garantire lavoro , finanziamenti, sostentamenti ed assistenzialismo di vario genere dietro “ voti di scambio” e subalternità varie . Insomma, da quei momenti dovranno passare quarantacinque anni prima che la magistratura riceva l’autorizzazione a procedere contro i partiti politici .

Quando Bettino Craxi affermò che dell’esistenza del sistema delle tangenti lui era a conoscenza da quando portava i calzoni corti, tutti hanno fatto finta di credere che si trattasse di una boutade mentre, viceversa, erano consapevoli che l’ex segretario del Psi aveva detto una verità incontrovertibile.
Se a sinistra squillava una tromba (della corruzione finanziaria e politica) anche al centro ed a destra non si scherzava . Ricordo che nel 1986, a pochi mesi di distanza dalla morte di Michele Sindona, il giornalista , N. Tosches, pubblicava un libro contenente il resoconto delle conversazioni avute con lui nel carcere di Voghera. Un brano merita di essere riportato perché passò inosservato allora e, quel che è più significativo, continua ad esserlo ancora oggi benché, come vedremo, illustri in maniera dettagliata e completa il funzionamento del sistema delle tangenti sul quale oggi, ufficialmente, si continua ad indagare senza riguardi per nessuno –così almeno vogliono “darci da bere” – pur di giungere alla verità. (N. Tosches, Il mistero Sindona, Sugarco 1986, p.127). “L’accordo Trinacria prevedeva che la società che otteneva l’appalto era obbligata a versare in cambio una certa somma di denaro nero –solitamente il 3%- sul valore del contratto al politico o ai politici che l’avevano aiutata a procurarselo. Il pagamento del 3% veniva in seguito diviso in tre parti così distribuite: un terzo ai democristiani, un terzo ai socialisti un terzo ai liberali e ai repubblicani con un’altra piccola redistribuzione ai socialdemocratici. Come d’abitudine, i vari partiti avrebbero poi gettato qualche briciola ai missini. In questo modo chiaro e preciso, senza perifrasi e ambiguità, con affermazioni che per l’autorevolezza di chi le fece e per la loro comprovata realtà non lasciano spazio a dubbi o perplessità, la verità sul sistema di sopravvivenza economico-finanziaria dei partiti politici che esisteva da una vita , molto ma molto tempo prima dell’era di Di Pietro e del pool di ‘mani pulite’.

Non c’è indignazione nella magistratura nei confronti di chi ha depredato la nazione in nome degli interessi di partito, quasi sempre fatti coincidere con quelli personali. C’è viceversa sofferenza e disagio, protratti al punto di rifiutarsi di applicare la legge in tutto il suo rigore nei confronti dei politici coinvolti nelle inchieste sul sistema delle tangenti. E’ protervia quella di un ordine giudiziario che affida ad un suo rappresentante il compito di informare i cittadini che la legge non è uguale per tutti. Si era sempre saputo, ma almeno avevano sempre avuto – i magistrati- il pudore di negarlo. Oggi hanno perso, invece, anche quest’ultimo ritegno.

“Nessun paese al mondo – ha dichiarato il sostituto procuratore della repubblica di Milano, Pier Camillo Davigo – può reggere lo stillicidio degli arresti della sua classe dirigente. Noi – si vanta a nome di tutta la corporazione – lo abbiamo detto per tempo e ci hanno accusato di volere una soluzione politica…” E quando, dalla sala in cui si svolge la sua conferenza, qualcuno gli chiede perché i magistrati non hanno ritenuto di contestare agli inquisiti il reato di associazione a delinquere, il magistrato pronto ribatte: “Perché se l’avessimo fatto sarebbe stato un vero golpe, avremmo dovuto chiudere tutte le sedi dei partiti. E cosa avremmo fatto – si chiede angosciato – dei parlamentari inquisiti? ” E chi mai ha autorizzato –chiediamo noi- i giudici ad assumere le vesti dei politici e a violare la legge in nome di una ragion di Stato che è pretestuosa ed occulta la volontà di circoscrivere, nei limiti del possibile, i danni che alla classe politica derivano da una conferma pubblica delle sue malefatte?

Non è il Paese che preoccupa la magistratura, non la salvaguardia dei beni dei cittadini, non il ripristino delle regole dell’onestà dell’amministrazione della cosa pubblica, ma la classe politica alla quale evitare il tracollo definitivo e garantire l’impunità. Non la punizione dei delinquenti preme alla ‘giustizia’ italiana e ad i suoi rappresentanti, ma la loro salvezza., anzi la loro totale impunità .

Leggete quel che disse Coiro “…La soluzione politica –chiesero all’ex Procuratore della repubblica di Roma, Michele Coiro- per Tangentopoli è l’unica possibile?” .”Io credo –rispose costui- che una soluzione politica di Tangentopoli sarà possibile solo dopo che il nuovo clima politico sarà consolidato. Si spera che questo accada con le prossime elezioni” . Per il ‘nuovo’, questa ex ‘toga rossa’ dalla brillante carriera, intendeva la vittoria degli inveterati ladroni del Pci-Pds.
E non si può dire che la magistratura non abbia cercato di influenzare l’esito delle elezioni, in senso favorevole al partito di Massimo d’Alema, bloccando sistematicamente le inchieste che ne coinvolgevano dirigenti centrali e periferici. Quando non potevano fare a meno di procedere all’arresto di qualche funzionario comunista o all’invio di qualche comunicazione giudiziaria, i magistrati stavano ben attenti a non enfatizzare i provvedimenti, mentre riscoprivano il dovere del riserbo sugli atti processuali e la necessità di tutelare il segreto istruttorio.
Solo Bettino Craxi ebbe il coraggio, nell’aula del Tribunale di Milano dov’era in corso il processo a Sergio Cusani, di dichiarare che il partito comunista italiano “era il partito più ricco di risorse, aveva la macchina burocratica più potente dei paesi occidentali, buona parte del finanziamento proveniva da fondi illegali. Gli enti pubblici, quelli che chiamo i tangentopolini, e cioè gli amministratori locali, e poi l’Est: l’Unione sovietica e i paesi del Comecon”. Parole al vento, perché l’inchiesta sul fiume di denaro versato dal Cremlino a Botteghe oscure è stata debitamente, e silenziosamente, archiviata (R.C., Fondi Pcus. Archiviata l’inchiesta , La Stampa 19 luglio 1994). E nessuno riuscirà più a farla riaprire, dato che a maggio del 1992 era stato trucidato anche Giovanni Falcone , il magistrature che nel giugno successivo si doveva incontrare va Mosca con un altissimo magistrato russo per definire l’inchiesta denominata “Oro da Mosca” e che si incentrava sul riciclaggio del denaro sporco amministrato dal Pci. La tendenza da parte di molti giudici a svilire le indagini di polizia giudiziaria e a non dar rilievo alle dichiarazioni rese dagli organi inquirenti giungendo a definirle ‘propalazioni extragiudiziarie’.

Poi c’è la schiera dei “ depistatori onorati e premiati”.
Il sostituto procuratore generale di Bologna Franco Quadrini, alla domanda di un giornalista :”Ma se è vero che sulle stragi si sa ogni cosa, come mai finora i colpevoli sono sfuggiti alla condanna?”…”Perché –ha risposto- per i primi 15 anni si è fatto di tutto per ostacolare l’accertamento della verità. Negli ultimi dieci si è fatto di tutto per impedire la divulgazione della verità accertata. E ancora si fa fatica a far recepire ciò che ci è noto da tanto tempo…” . Anche il noto Casson Felice, sostituto procuratore della repubblica a Venezia, dimostra di sapere: “Il fatto è – ha dichiarato – che i servizi segreti non sono assolutamente deviati. Svolgono l’opera per la quale sono stati costituiti e per la quale sono stati messi a lavorare. Bisogna ricordare che chi mette ai vertici dei servizi segreti, da sempre, certi responsabili sono uomini politici che continuano da sempre a seguire certe logiche di potere…I servizi – ha concluso – sono soltanto degli organi esecutivi che eseguono degli ordini. Non hanno una politica autonoma, hanno la politica di chi comanda”.I giudici italiani, quindi, comprendono e conoscono la verità in tutti i suoi risvolti principali, ma di questa loro sapienza si può trovare traccia nelle interviste giornalistiche e televisive rilasciate dopo la caduta della Democrazia cristiana alla quale, è sottinteso, addossare ogni responsabilità ora che è comodo e fruttuoso farlo, mai nelle loro sentenze ancorché scritte nell’era “ comunista”.
Anzi, in queste ultime, scrivono di regola l’esatto contrario di quanto dichiarano informalmente.
Un comportamento contraddittorio, il loro, che si giustifica con la consapevolezza che mentre le affermazioni rese sul piano giornalistico si perdono nell’oceano di parole che ormai sorregge tutto e tutti, quelle scritte nelle sentenze hanno valore politico e storico.
D’altronde, solo se si conosce la verità è possibile negarla. E la consapevolezza che l’ordine giudiziario la verità, in tutta la sua tragica dimensione, la conosca da sempre spiega la lucidità perversa che si riscontra in ogni atto che compie per negarla e per difendere, in questo modo, lo Stato ed il potere .
La storia giudiziaria della ‘guerra politica’ in Italia è intrisa di illegalità e di infamie, di abusi e di soprusi, di arroganza smisurata e di menzogne inaudite che nessuno osa contrastare e denunciare. Se c’è, difatti, un potere dello Stato che sa quello che difende e, soprattutto, come difenderlo questo è quello giudiziario che, rappresentando la legge, è l’unico a sentirsi autorizzato a calpestarla, come e quando la ‘ragion di Stato’, la ‘ragion politica’ e quella di ‘servizio’ lo impongono, con la sicurezza che mai sarà chiamato a risponderne.
Per provare quanto affermiamo, c’è solo l’imbarazzo della scelta su uomini e fatti da offrire come esempio di una giustizia inesistente, derisa e violata da coloro che osano –ancora osano- proporre se stessi e la loro corporazione come rappresentanti di un Potere delegato a tutelare il diritto di tutti alla verità. Vediamo, per cominciare, alcuni di questi rappresentanti della giustizia tradita.

‘Nembo Sic’ era soprannominato il sostituto procuratore Domenico Sica, quando prestava servizio presso la Procura della repubblica di Roma, per la sua straordinaria capacità di riunire sulla sua scrivania i fascicoli delle inchieste più delicate fra quante, in quegli anni, passano per il ‘porto delle nebbie’, com’era definito in modo appropriato e lapidario, il Tribunale di Roma. Una ragione c’era, perché i vertici della Procura della repubblica di Roma riponessero tanta fiducia in Domenico Sica e a lui affidassero indagini processuali che, se condotte a buon fine, avrebbero prodotto terremoti politici ed istituzionali maggiori di quelli che hanno provocato le inchieste su Tangentopoli. Una ragione forte che risiedeva nel fatto che, come preventivato, nessuna inchiesta, fra le tante che ha condotto Domenico Sica, ha prodotto un solo risultato utile per la verità ed il paese..Domenico Sica era il garante, come altri prima e dopo di lui, di un potere che poteva contare ciecamente sulla sua efficienza, sulla sua capacità professionale, sulla sua totale ed incondizionata dedizione perché verità scomode non emergessero dai suoi incartamenti processuali che, se non potevano essere conclusi con un ‘non luogo a procedere’, non avrebbero mai leso comunque gli interessi di uno Stato, ufficiale o parallelo.

Il 20 marzo 1979, uccidono Mino Pecorelli. Affidato il caso al magistrato Domenico Sica, il caso restò per anni praticamente ferma”. Sul caso Moro, Domenico Sica, secondo il consueto stile, nulla aveva riscontrato di anomalo, ma a Maria Cordova bastò leggersi il fascicolo processuale per convincersi “che all’inizio degli anni Settanta esisteva un massiccio passaggio di armi dalla Libia di Gheddafi. Sica non volle seguire la faccenda, ma si trattava del “ flusso delle armi” che avrebbe portato molta carne al fuoco della Magistratura contro non solo le Brigate Rosse ma anche contro “Potere Operaio” ed Hyperion e dunque contro Scalzone, Piperno ed altri
Oggi, il compagno Imposimato fa il fustigatore dei suoi colleghi. Sarà forse una coincidenza, ma il suo nome emerge in eventi giudiziari direttamente collegati al sequestro ed all’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Ferdinando Imposimato, difatti, si era attivato a partire dal dicembre 1992 per far ottenere la grazia presidenziale a Domenico Papalia, esponente della n’drangheta, in carcere da diciassette anni per l’omicidio di Antonio D’Agostino, altro affiliato alla malavita calabrese, avvenuto a Roma nel 1975. La singolarità dell’appassionato intervento di Ferdinando Imposimato a favore di Domenico Papalia risiede, per quel che qui interessa, nel fatto che il pentito Saverio Morabito ha rivelato che il 16 marzo 1978 in via Fani era presente, con un ruolo non definito, Antonio Nirta, figura di primo piano delle cosche di san Luca, ‘infiltrato’ –così afferma il collaborante di giustizia- dal generale dei carabinieri Francesco Delfino nelle Brigate rosse. Storia vomitevole, la tralascio per disgusto, ma basta andare sul web per informarsi

Nella lista dei premiati e dei beneficati non può non essere inserito, a giusto titolo, un altro magistrato divenuto guarda caso senatore nelle file del Partito comunista italiano, il giudice istruttore di Torino Luciano Violante. In altre occasioni, quando abbiamo avuto modo e necessità di porre in rilievo il ruolo negativo della magistratura italiana nel processo di accertamento della verità nella ‘guerra politica’ in Italia, abbiamo fatto riferimento a questo esemplare giudiziario – politico per ricordare il depistaggio giudiziario da lui compiuto nel corso della istruttoria sul cosiddetto ‘golpe bianco’ di Edgardo Sogno, liberale, partigiano, antifascista trasformato a forza in un ‘eversore fascista’.
Quando si dice il caso, al ‘giudice rosso’ fu offerta la possibilità di intraprendere una brillante carriera politica come parlamentare di un partito formalmente all’opposizione. La medaglietta parlamentare come gratifica, ringraziamento e riparo è stato quanto concesso dal potere politico ai suoi magistrati di punta: Ferdinando Imposimato e Luciano Violante, dal Pci; Claudio Vitalone dalla Dc; Nicolò Amato dal Psi; Domenico Sica dal ministero degli Interni, direttamente, senza pudore. La magistratura italiana che ha annoverato nei suoi ranghi uomini come questi ora citati, non può invocare alcuna attenuante a sua discolpa. E tutti, come al solito, hanno preferito tacere.

Giancarlo Caselli è, oggi, uno degli ‘intoccabili’ della repubblica, elevato sugli altari per la sua ‘lotta alla mafia’ e per aver incriminato Giulio Andreotti. Un’azione, quest’ultima, che gli permette di presentarsi come un temerario ed integerrimo magistrato che non si lascia intimidire dai potenti. Dimenticano, però, Caselli ed i suoi apologeti che Giulio Andreotti è stato un uomo potente, fino a quando non gli sono venute a mancare le protezioni americane e il supporto mafioso. Quando Giancarlo Caselli lo ha incriminato per ‘concorso esterno in associazione mafiosa’, l’ex Presidente del consiglio era un uomo politico finito.
Nel tempio dell’italica giustizia, i custodi potranno continuare a proteggere il libro della loro legge, perché nessuno possa mai aprirlo e scoprire nelle sue pagine la verità su una giustizia che non c’è mai stata e leggere la storia avvilente dell’ingiustizia divenuta potere.

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Gaetano Immé è l’autore del libro I peggiori anni della nostra vita – Una rivisitazione degli avvenimenti accaduti fra il 1990 ed il 1994 che svela gli intrighi fra mafia, Pci e Magistratura , una storia non solo diversa ma opposta a quella che vorrebbero ammannirci.
Rivisitiamo insieme i fatti accaduti in Italia fra il 1990 ed il 1995 e scopriamo insieme una verità clamorosa, una verità opposta a quella che ci vogliono ammannire.

 



   

 

 

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