Mutilazione femminili, in Europa vittime 500mila donne

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Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili riguarda nel mondo, secondo dati Oms, circa 130 milioni di donne, tre milioni le bambine che sono esposte al rischio ogni anno. In Europa le donne sono circa mezzo milione, di cui 50 mila in Italia. L’Italia indica che circa 39mila ragazze arrivano nel nostro paese e sono  gia’ state sottoposte a mutilazione.

29 i Paesi coinvolti, soprattutto Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone e nord del Sudan, dove sono state mutilate oltre l’80% delle donne. Numeri impressionanti.

Anche in Emilia-Romagna ci sono donne soggette alla pratica della mutilazione genitale. Lo sostiene Roberta Mori, consigliera regionale del Pd.
La consigliera parla di alcune stime: tra le 285.000 donne straniere residenti in Emilia-Romagna, circa 3.800 provengono da Paesi con un tasso di donne “mutilate” superiore al 60%. La provincia dove è più alta la quota di donne che hanno quasi certamente subito mutilazioni – oltre 800 – è quella di Reggio Emilia”.

Un appello permanente ad applicare la tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili in Europa e nel mondo”, arriva nella Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili dall’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, e dai commissari europei alla Giustizia Vera Jourova, e alla cooperazione internazionale Neven Mimica. Queste pratiche, “alla stregua di altre dannose, imprigionano donne e bambine in un sistema di valori iniquo e deleterio per lo sviluppo e per l’intera società – scrivono Mogherini, Jourova e Mimica in una nota congiunta -. Secondo le stime, potrebbero esservi non meno di 125 milioni di vittime in tutto il mondo, di cui 500.000 nella sola Ue. Queste pratiche hanno effetti devastanti e irreversibili sulla loro salute e sul loro benessere, e possono portare anche alla morte”.

“Condanniamo con fermezza tutte le forme di violenza contro le donne e le bambine – si evidenzia nel comunicato -. Questo tipo di violenza non si giustifica per nessun motivo, che si tratti di usanze, tradizioni, cultura, rispetto della vita privata, religione o questioni d’onore, e nessuno di questi fattori può essere addotto dagli Stati come alibi per il mancato rispetto dell’obbligo di prevenire ed eliminare le violenze contro le donne e di perseguire i responsabili”.



   

 

 

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