Crolla il prezzo del petrolio, il conflitto mondiale può estendersi

petrolio

 

di Giuseppe Cirillo (Hescaton)

Da settembre di quest’anno ad oggi, il prezzo del petrolio ha progressivamente continuato a scendere, fino a toccare, nel momento in cui scrivo, quota 58 dollari al barile, quindi perdendo da settembre circa il 40%. Questa brusca discesa è stata causata essenzialmente, oltre che dalla solita speculazione internazionale, dalla politica del principale produttore di greggio, l’Arabia Saudita, che nonostante il calo della richiesta di petrolio, a causa della crisi economica, ha continuato a mantenere inalterata la sua produzione, causando di conseguenza l’abbassamento del prezzo.

Molti lettori penseranno, giustamente, che un calo del prezzo del petrolio sia una cosa favorevole, perché riduce ovviamente i costi dei trasporti, degli spostamenti e di conseguenza anche quello dei prezzi finali dei prodotti, ma ha un suo rovescio della medaglia, cioè la riduzione degli investimenti per trovare fonti di energia alternative, dato che continua ad esserci il petrolio a buon mercato quindi continuare ad inquinare e soprattutto il grave danneggiamento di molti paesi produttori di petrolio, che, per sostenere i costi di estrazione e il loro bilancio pubblico, avrebbero avuto bisogno di un prezzo molto più alto.

Oltre a tutte queste considerazioni è da tenere presente il rischio fallimento delle numerose aziende americane che avevano puntato sull’estrazione del petrolio di scisto, che necessita di un prezzo del greggio molto più alto. Quindi, se da un lato i paesi importatori, come gran parte dell’Unione Europea, tireranno un sospiro di sollievo grazie al basso costo del greggio, dall’altra il tracollo di gran parte dei paesi produttori potrebbe innescare una nuova fase di questa crisi economica iniziata nel 2008, la fase a nostro avviso più tragica.

Chi sono i paesi attualmente colpiti da questo crollo? Facciamo un breve elenco: sicuramente la Russia, con il rublo che è crollato seguendo in maniera direttamente proporzionale il prezzo del greggio, poi c’è l’Iran, il Venezuela che è già in iperinflazione di suo e che rischia la bancarotta, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, il Brasile, la Norvegia, il Kazakistan, il Canada, il Messico, l’Indonesia e il Regno Unito. In molti di questi paesi la valuta sta scendendo velocemente. A nostro avviso, anche questa crisi del petrolio, come quella dei mutui sub-prime del 2008, è studiata a tavolino ed ha degli obiettivi geopolitici ben precisi. Cerchiamo di ipotizzarli, valutando le conseguenze e chi potrebbero favorire:

1) Russia: il pesante crollo del rublo, può far ipotizzare che questa speculazione al ribasso sul petrolio abbia come obiettivo principale quello di attaccarla economicamente. Questo è assolutamente probabile e la Russia, a causa delle sanzioni occidentali e del crollo del greggio, sta subendo un’impennata dell’inflazione e la popolazione sta rapidamente vendendo il rublo per acquistare dollari ed euro e già in molti supermercati alcuni beni di prima necessità iniziano a non trovarsi più. L’obiettivo può essere o quello di rovesciare Putin attraverso una rivolta interna e quindi dirigere la Russia verso la frammentazione, come scritto in un nostro articolo precedente oppure quello di fargli pressione per indurlo ad un’offensiva militare contro l’Ucraina e quindi contro l’Europa.

2) Iran: l’Iran è il principale alleato della Russia nel Medio Oriente e soprattutto è uno storico nemico di Israele e da sempre considerato uno stato canaglia dagli Stati Uniti. Un crollo economico di questo paese potrebbe portarlo alla guerra civile e con l’ISIS alle porte il rischio destabilizzazione è altissimo. Inoltre, dopo il recente bombardamento in territorio siriano da parte di caccia israeliani è chiaro che ci si voglia sbarazzare di Assad e subito dopo dell’Iran.

3) Emirati Arabi, Bahrein, Qatar, Kuwait, Iraq, Algeria e la stessa Arabia Saudita: il crollo del greggio danneggia ed indebolisce tutti questi paesi, inclusa la stessa Arabia Saudita. Con l’ISIS alle porte o dentro casa come in Iraq ed Algeria, un grave indebolimento potrebbe creare quel malcontento tra la popolazione dove lo Stato Islamico potrà facilmente insinuarsi.

4) Nigeria: questo paese africano è già scosso dalla feroce guerriglia terroristica di Boko Haram, gruppo estremista alleato dell’ISIS. Un tracollo economico potrebbe favorire un’espansione territoriale dei terroristi.

5) Indonesia: anche questo paese è di religione islamica e si evidenzia la presenza di formazioni estremiste. Anche in questo caso, una destabilizzazione può favorire l’ascesa dell’estremismo e di conseguenza destabilizzare anche l’Asia.

6) Brasile e Venezuela: questi due paesi sudamericani non sono propriamente degli alleati dell’Occidente, e recentemente sono stati scossi da gravi rivolte interne. Il petrolio basso sicuramente può solo aggravare la loro situazione economica e il Venezuela addirittura rischia la bancarotta.

7) Messico: il paese ha subito di recente delle violente rivolte antigovernative, il peso messicano sta scendendo e la situazione potrebbe ulteriormente deteriorarsi.

8) Canada: questo paese nordamericano finora è riuscito a superare abbastanza indenne la crisi economica, ma attualmente anche la sua valuta inizia a svalutarsi seguendo il crollo del greggio. Lo scopo di questo può essere quello di indebolire i paesi sottoposti alla Corona Inglese.

9) Norvegia: la corona norvegese sta scendendo velocemente, ricordiamo che la Norvegia è l’unico paese scandinavo a non far parte dell’Unione Europea e sottolineando questo credo di essere stato abbastanza chiaro.

10) Kazakistan: il Kazakistan, assieme alla Bielorussia, rimane uno degli ultimi “alleati” di Putin ed anche in questo paese l’estremismo islamico potrebbe sfruttare qualsiasi debolezza interna, sopratutto se ben indirizzato e finanziato dall’esterno.

11) Stati Uniti: il calo del prezzo del greggio paradossalmente danneggia gravemente anche gli USA, che rischiano di subire il fallimento delle compagnie che estraggono il petrolio di scisto e di conseguenza l’effetto a catena sui derivati e sui debiti di queste compagnie. Ma anche gli Stati Uniti recentemente hanno subito delle rivolte e probabilmente la destabilizzazione interna della prima potenza militare del pianeta, può contribuire a scatenare quel conflitto mondiale, a nostro avviso già iniziato e chiaramente voluto e preparato dai poteri forti internazionali (cioè chi detiene veramente le leve della finanza), come già da noi ipotizzato nell’articolo Terza Guerra Mondiale conseguenza del collasso USA?

Questa è la visione d’insieme dei paesi danneggiati da questo crollo del petrolio, è chiaro che lo scopo ultimo può essere diverso: il più probabile e razionale è che l‘Arabia Saudita voglia mantenere basso il prezzo per un certo periodo per affossare definitivamente alcuni concorrenti, tra cui le compagnie americane, ma a nostro avviso, la famiglia Saud è solo un fantoccio, perciò lo scopo ultimo è quello di iniziare la fase due della crisi economica, quindi destabilizzare gravemente gran parte dei paesi e spingerne alcuni alla guerra.

E’ molto importante monitorare la situazione del rublo e dell’inflazione in Russia, con la crisi Ucraina sempre viva, il continuo ammassamento di truppe, le innumerevoli violazioni dello spazio aereo. Un’eccessiva pressione finanziaria su Putin potrebbe spingerlo a scelte più aggressive. Sarà interessante anche sentire cosa dirà alla mega conferenza stampa di fine anno del 18 dicembre.

Detto questo, faccio una piccola riflessione sul capitalismo: il prezzo di un bene, in questo caso il petrolio, indica il suo livello di scarsità, quindi un prezzo basso indica abbondanza di quel bene, quindi ricchezza, mentre un prezzo alto indica scarsità. In questo caso il crollo del greggio dovrebbe essere qualcosa di positivo (al di là delle conseguenze ambientali ovviamente), perché indica l’abbondanza dello stesso, mentre in realtà probabilmente provocherà una grave crisi della struttura capitalistica mondiale. Questo dovrebbe seriamente farci riflettere su cosa sia il capitalismo: un sistema economico basato sulla scarsità, sulla povertà, quindi essenzialmente contro l’uomo e il suo benessere (ma questo non vuol dire assolutamente che la soluzione sia l’economia pianificata di tipo comunista).



   

 

 

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