ll tema del riconoscimento della Palestina oggi al Parlamento UE

Dopo la fuga in avanti della Svezia, e i pareri favorevoli e non vincolanti dei parlamenti di Spagna e Inghilterra, il tema del riconoscimento della Palestina è diventato di stretta attualità per tutte le cancellerie europee e sarà discusso oggi al Parlamento Ue a Strasburgo con l’Alto rappresentante Federica Mogherini.

Italian Foreign Minister Mogherini visits Ramallah

 

Giovedì è previsto un voto su una proposta di risoluzione comune: i gruppi stanno cercando una soluzione di compromesso, che ancora manca. Intanto, l’Assemblea nazionale francese voterà venerdì 28 novembre. E il tema è tornato di grande attualità anche in Italia, dove sullo stesso argomento, giacciono tre mozioni, due alla Camera e una al Senato, non ancora calendarizzate.

La ripresa del negoziato tra le parti, che possa condurre a una soluzione del conflitto tra Israele e Palestina, resta una priorità per il nostro governo. Una posizione in linea con quella europea, ha ribadito di recente il nuovo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Che con l’Alto rappresentante Ue e suo predecessore alla Farnesina, Federica Mogherini, condivide l’obiettivo ultimo: l’attuazione della soluzione dei due Stati che vivono uno di fianco all’altro in pace e sicurezza. Pur con i dovuti distinguo, che sono legati ai rispettivi ruoli istituzionali e che chiamano in causa, tra l’altro, le relazioni con Israele. Comunque, una questione di sfumature.

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Già poche ore dopo il suo insediamento a capo della diplomazia europea, Federica Mogherini ha consegnato un messaggio inequivocabile all’Europa: la nascita di uno Stato palestinese può fornire un contributo decisivo per la pace in Medio Oriente; l’unità della Palestina, ovvero di Cisgiordania e Striscia di Gaza, non può e non deve più essere messa in discussione; Gerusalemme deve essere la capitale di entrambi gli Stati. Una linea condivisa da Gentiloni che, incontrando il suo omologo palestinese Riad Al Malki, la settimana scorsa, ha usato parole di biasimo verso ogni iniziativa che ostacoli la ripresa dei colloqui di pace e pregiudichi la soluzione dei due Stati.

I toni usati dai due ministri, però, sono stati diversi. Più fermi, quelli di Lady Pesc; più sfumati quelli del titolare della Farnesina. Mogherini ha iniziato il suo mandato in Europa con un viaggio in Israele e Palestina. Una missione, a conti fatti, molto più politica che diplomatica, anticipata da un messaggio piuttosto chiaro. Pur ammettendo che il riconoscimento dello Stato palestinese è una prerogativa dei singoli Stati e non dell’Unione europea, l’Alto rappresentante ha definito con nitidezza l’obiettivo, anche temporale, seppur sotto forma di auspicio: “uno Stato palestinese entro i cinque anni di mandato”.

Da parte sua, illustrando le linee programmatiche del ministero, Gentiloni ha usato maggiore cautela, lasciando intuire che i tempi di un riconoscimento dello Stato palestinese non sono ancora maturi. Posizione, questa, condivisa ampiamente da altri Stati membri dell’Unione europea, tra cui la Germania e la Francia. “Il riconoscimento della Palestina”, ha spiegato, “è l’unica soluzione del problema” ed “è sul tavolo”, “ma non può essere una petizione di principio usata in un momento che non è il più appropriato. E’ giusto discuterne, ma dovremmo poi utilizzarla nel momento in cui ci serve di più a sbloccare il negoziato”. La questione, insomma, “sarà valutata con la massima attenzione dall’Italia al momento opportuno e più utile per rilanciare il negoziato”. Che non è ora.

Quel che è certo – per la Mogherini e per Gentiloni – è che la crisi di oggi non può impedire ai negoziati di pace di andare avanti, scongiurando il vero pericolo delle ultime settimane, che il conflitto si sposti sul piano religioso stravolgendone la natura e amplificandone i rischi. E se la possibile soluzione negoziale, con la creazione di due Stati e il contestuale riconoscimento arabo di Israele è nei fatti definita, quello che serve adesso è uno scatto di volontà. Da parte di tutti. Dell’Italia e dell’Europa, che devono continuare a sostenere la costituzione di un governo di unità nazionale palestinese, ovvero l’accordo tra Fatah e Hamas; di Israele, che è chiamato a riconoscere questo governo come un interlocutore utile e credibile, e deve mettere fine alla sua politica coloniale nei territori occupati; dei palestinesi, che devono favorire la demilitarizzazione di Gaza. ASKANEWS

25 novembre 2014



   

 

 

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