“Oltre l’inganno l’apparenza incanta”, mostra di Stefano Davidson

davidsonOltre l’inganno l’apparenza incanta

Stefano Davidson, come tutti i poliedrici, è insofferente a qualsiasi “specializzazione” che lo imprigioni in una qualsiasi scuola o etichetta, casella o corrente. Non stupisca quindi che con titoli, di opere o di mostre, intervenga perentoriamente, al fine di spiegare fuorviando e depistare s-piegando. Così è anche per questa sua personale che intitola “Oltre l’apparenza inganna”

Per chi, come lui, ha teorizzato la non- arte eseguendo non-opere, il gioco sottile tra essere e apparire, realtà e artificio è ovvio assuma importanza fondamentale e sconfini con l’indagine della fisica ottica e sue implicazioni filosofiche: questo vogliono rappresentare le sue “visioni”: una domanda rivolta a chi le guarda per metterne in discussione, ad ogni nuova occhiata, le aspettative.

Se basta spostare la virgola nel titolo per ottenere due significati opposti, nei quali l’apparenza, quasi battistiana canzone in èra Panella, una volta superata passandoci oltre inganna; o, permanendoci, non mènte: così davanti ai suoi quadri è opportuno collocarsi sempre nell’angolo ottico dell’inganno rivelatore. Non a caso più sopra si è parlato di “visioni” e di cosa esse vogliano rappresentare: volontà e rappresentazione, che portano diritto a Schopenhauer. Il quale, prima di elaborare il suo immane sistema si occupò, grazie anche a Goethe, di vista e colori, per confutare il secolare “errore di Newton”; per il filosofo è uno scherzo assimilare la parvenza all’errore: “la prima è l’inganno dell’intelletto, il secondo l’inganno della ragione: la prima è opposta alla realtà, il secondo alla verità” (A. Schopenhauer, La vista e i colori, Milano, 1988, p. 32).

Indagando sulla fisiologia del vedere, e specialmente sulla bipartizione dell’attività della retina, Schopenhauer non manca di sottolineare il ruolo dell’intuizione nel processare la percezione. Ed è esattamente questo che interessa maggiormente Davidson: l’arte di aumentare o diminuire la sensazione visiva, al fine di potenziare l’intuizione, facendola divenire suggestione. Il motore immaginativo che, oltre gli inganni di ragione e sentimento, ci rende l’apparenza stessa incanto. Ogni volta diversa e uguale, anche se è solo colore disteso su una tela.

Prof. Fabio Norcini

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Perché “Oltre l’apparenza inganna”? Cosa significa questo titolo?

È una questione di virgole, di pause, di interpretazione, come in tutte le cose umane. “Oltre, l’apparenza inganna” infatti suonerebbe assai diverso da “Oltre l’apparenza, inganna”. “Oltre l’apparenza inganna”, quindi, è un titolo che va oltre l’apparenza ed inganna, sottolineando in modo netto il concetto che attraverso questa mostra vorrei lanciare: l’impossibilità di avere una sola verità assoluta e oggettiva e che, quindi, ci si deve accontentare sempre di tante piccole verità soggettive, attraverso le quali si può al massimo cercare di avvicinarsi al significato di tutto.

È questione di prospettiva, come nel disegno e nella pittura. Tutto, comprese informazione, cultura e, soprattutto, la Storia, hanno, a mio avviso, come unico punto in comune artistico il trompe-l’oeil. Tale concetto assume implicazioni vastissime: anche i miei quadri, una volta esposti, mentono; sono sostanzialmente falsi poiché non rappresentano, nell’immaginario di chi li osserva, il loro vero volto, la connessione di ragionamenti che ha portato alla loro realizzazione, bensì la soggettività di gusto, sensibilità e cultura di chi li guarda. Questo non significa che non siano autentici ”in sé”: semplicemente la loro essenza non è quella percepita; ci si deve dunque accontentare di ciò che l’opera rappresenta per noi, non delle sue ipotetiche valenze altre. Noi stessi, non siamo per gli altri quell’identità che riteniamo di essere; siffatta “diversità” di giudizio si moltiplica per il numero delle persone che ci conoscono o lo presumono.

Questa mostra quindi è stata pensata e allestita con il fine di mettere in discussione costantemente i dati fornitici: ovvero non bisogna mai partire da ciò che ci viene detto, da chiunque e su qualunque argomento, ma usare le nostre capacità critiche per trarre ogni volta le “nostre” conclusioni: ci si deve abituare a considerare ciò che ci circonda come potenzialmente “inquinato” e di conseguenza adottare un adeguato sistema di filtraggio, anche perché non è detto che quanto sia “potabile” per altri possa esserlo anche per noi.

In definitiva si può dire che la mostra sia un invito rivolto ad ogni visitatore a firmare con se stesso una dichiarazione d’indipendenza di pensiero. Ritengo, inoltre, che non sia importante tanto quanto sai ma, soprattutto, come connetti le informazioni di cui disponi. L’attività intellettuale della maggioranza è, secondo me, influenzata e spesso inficiata, dalla memoria (propria o, peggio, d’accatto) più che basata sulla logica dei fatti e dei loro collegamenti. Ammettere la correttezza di tale abitudine, o meglio , consuetudine, sarebbe un po’ come dire che in un computer è più importante la RAM rispetto al processore! Il paradosso è che la maggior parte di noi, nonostante nelle proprie comunicazioni o nelle consultazioni in internet, sia già avvezzo al “link” (in italiano “collegamento”) e lo usi per meglio motivare le proprie tesi o per aggiungere informazioni al proprio dire, spesso non si avveda delle connessioni geografiche, storiche e, come detto, soprattutto logiche delle cose, accontentandosi della “versione” fornita da qualcuno per valutarle, senza minimamente ragionare sulla correttezza di interpretazione di costui, e non su quanto invece effettivamente si potrebbe evincere applicando invece il cosiddetto “ragionamento connettivo”.

Già con il NON avevo espresso tutte le riserve che si dovrebbero avere, addirittura nella valutazione delle proprie esperienze sensoriali, figuriamoci con quelle di un altro o, addirittura, di uno sconosciuto (a prescindere che le esprima su carta, in TV o sul web). Proprio per tale motivo anche la musica scelta per accompagnare le opere in occasione dell’inaugurazione della mostra è assolutamente ingannevole, legata com’è alla sola esperienza che ciascuno può avere nei confronti dei motivi ascoltati. Sia per organico che per arrangiamento ogni brano può indurre a “cadenze d’inganno”: chi, magari ignaro di musica rock, si fosse soffermato all’ascolto può pensare di trovarsi di fronte a composizioni classiche o, di contro, non avvezzo più di tanto alla musica classica, ritenere che il pezzo ascoltato altro non sia che una versione “raffinata” di un brano da hit parade, mentre magari quel che gli è sceso per la coclea altro non è che Bach o Rachmaninov; o infine, credere di ascoltare una formidabile soprano quando l’aria che si diffonde nell’aria è invece cantata da un uomo de virilizzato, insomma un castrato così come vengono definiti questi cantanti in gergo musicale, senza tanti giri di parole. In definitiva, comunque la si voglia interpretare, benvenuti a “OLTRE L’APPARENZA INGANNA”



   

 

 

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