La moneta complementare in attesa di uscire dall’euro

Moneta-complementare

 

Del significato di una moneta complementare  (Andrea Cavalleri)                                                    

Ormai è chiaro a tutti che in relazione alle crisi economiche e ai problemi dello sviluppo e dell’occupazione, la moneta è questione centrale.

Tuttavia questa urgenza non deve portare all’affanno, affastellando proposte che scadano nel dilettantismo velleitario, utopistico o confusionario, ma deve essere sostenuta da una realistica comprensione dell’azione di una moneta nell’economia.

Queste brevi note a guisa di linee guida, vogliono essere dei punti fermi che aiutino a formulare e a valutare le proposte di moneta complementare, in modo che possano avere chance di successo.

1) Perché una moneta complementare

Il fatto che le crisi dell’economia siano cicliche ha portato a comprendere che la ragione di queste crisi risieda nel meccanismo economico generale e precisamente nel sistema monetario.

Tutti sanno che quando, per qualunque motivo, la liquidità scarseggia, si spende meno. Spendere meno significa che le aziende vendono meno. Vendere meno, per un’azienda, significa licenziare e i nuovi disoccupati avranno ancora meno da spendere inducendo così un terribile circolo vizioso.

Ciò che il buon senso ha sempre intuito è stato splendidamente spiegato in modo scientifico dal professor Richard Werner nel suo “New paradigm in macroeconomics” ¹, dove analizzando la crisi giapponese degli anni ’90 ha individuato in modo inconfutabile la carenza del money supply (ovvero una rarefazione della massa monetaria in circolo) quale ragione scatenante il collasso dell’economia del sol levante.

E che questa carenza ciclica di denaro nell’economia dipenda esattamente dal metodo di emissione monetaria attualmente in vigore è stato evidenziato da altri, ad esempio da me nell’articolo “Perché il denaro debito non funziona” ².

Allora, visto che i circuiti ufficiali fanno mancare i soldi, sorge spontanea l’istanza di fornire ulteriori strumenti di liquidità attraverso circuiti alternativi, legati alle volontarie iniziative di cittadini e associazioni, tipicamente su base territoriale.

2) Caratteristiche di una moneta

Una moneta complementare è innanzitutto una moneta. Pertanto è necessario rammentare alcuni principi monetari generali che valgono per ogni tipo di valuta.

A) Le persone per vivere hanno bisogno di beni e servizi. Ciò che permette di disporre in abbondanza di beni e servizi è la suddivisione e specializzazione del lavoro.

Primo punto fermo, di cui non ci si convince mai a sufficienza, è che la ricchezza sta nella disponibilità di beni e servizi e NON nel denaro. E l’abbondanza di beni e servizi dipende dalla suddivisione e specializzazione del lavoro, che è la prima e vera fonte della ricchezza.

B) La specializzazione del lavoro suddiviso impedisce alle persone di farsi da sé tutto quanto occorre, pertanto questo sistema implica una fiducia collaborativa in base a cui cedendo tutto il proprio lavoro ci si può appropriare di una minuscola frazione del lavoro di tutti gli altri.

La frase sottolineata esprime esattamente la funzione del denaro, che è l’intermediario tramite cui si realizza questa appropriazione: la cessione del lavoro si fa contro denaro, dopodiché si cede denaro contro beni e servizi, prodotti dal lavoro altrui. Il denaro ci dice anche quanti beni e servizi possono diventare nostri, costituendo così l’unità di misura della proprietà ³.

Il secondo punto fermo è dunque questo: la moneta serve innanzitutto a sostenere un sistema di scambi che garantisca la suddivisione e specializzazione del lavoro. Se non adempie a questa funzione fallisce, totalmente o parzialmente a seconda di quali e quante fasce della popolazione non abbiano utilità ad adoperarla.

Detto in altri termini, l’utilità e la funzionalità di una moneta dipende dalla quantità e varietà di merci che può comprare e quindi dal numero e dalla funzione delle persone coinvolte a produrle.

C) La moneta vale per convenzione. Questa realtà, provata storicamente dall’uso di simboli monetari di tutti i tipi (conchiglie, metalli nobili, legno, carta, impulsi elettronici…) appare in prima battuta come una facilitazione nella creazione di moneta: basta mettersi d’accordo.

In realtà si sottovaluta l’impegno che comporta l’assunzione di una convenzione.

Se tre bambini giocano al “Monopoli”, essi accetteranno facilmente la convenzione scritta nelle regole del gioco. Ma se una società deve stabilire una convenzione di una certa importanza che coinvolga un gran numero di persone, ad esempio: “si guida tenendo la destra”, non lo si può fare tramite chiacchiere tra vicini di casa, ma lo si fa attraverso leggi. E una legge che stabilisce una convenzione banale, come “si guida tenendo la destra”, non solo comporta un codice scritto, ma anche un insegnamento nel corso per la patente, un apparato di controllo e un sistema sanzionatorio. A maggior ragione, un pilastro della società quale è il sistema monetario non può prescindere da una codifica giuridica e infatti la moneta è sostenuta da un insieme di leggi e trattati.

Da queste osservazioni segue il terzo punto fermo: una moneta deve accordarsi alle leggi vigenti.

Se si vuole cambiare sistema monetario si devono cambiare le leggi relative, ma non si possono lasciare in vigore le vecchie leggi usando una convenzione nuova.

In particolare una moneta complementare deve escogitare un metodo per accordarsi alla legge, altrimenti non si tratta di moneta complementare, ma di golpe monetario (per quanto in certi casi potrebbe persino essere auspicabile, bisogna tuttavia avere la consapevolezza che di golpe si tratta ed essere pronti ad affrontarne le conseguenze).

3) Moneta convertibile e non convertibile

Esistono valute supportate da trattati internazionali che vengono accettate ovunque ⁵. Poiché tali monete possono essere spese in ogni parte del mondo, comprando così ogni tipo di merce, vengono altresì accettate ovunque. Tali monete sono convertibili in merci di ogni provenienza o in qualunque altra valuta.

Se un territorio emette una moneta non inquadrata da trattati internazionali, la funzione e di conseguenza l’utilità e l’appetibilità di una simile valuta, consiste solo nel poter acquistare le merci prodotte in quel territorio.

Poiché le merci ad alto contenuto tecnologico risultano spesso come assemblaggio di componenti prodotti nei Paesi più disparati, le monete di uso locale possono servire per acquistare quei beni prodotti esclusivamente nel territorio di pertinenza, merci del tutto comuni e di solito scarsamente appetibili per lo scambio internazionale, cosicché tali monete locali risultano di fatto non convertibili.

Tale limitazione presenta tuttavia dei vantaggi per la popolazione autoctona: infatti le merci vendute in valuta locale saranno sottratte alla concorrenza internazionale. La conseguenza di questa situazione è che coloro che sarebbero rimasti disoccupati, in quanto non in grado di produrre merci concorrenziali a livello internazionale, possono provvedere ai propri bisogni autoproducendosi le merci essenziali e scambiandole in valuta locale.

In particolare ci sono alcune attività praticabili, almeno a livello base, in qualunque posto e in qualunque tipo di società, che possono dunque essere attivate e sostenute da una moneta locale non convertibile: si tratta dei comparti alimentare, edile, abbigliamento, arredamento, artigianato, servizi alla persona  (compresa l’istruzione) e medicina tradizionale. Per queste attività è possibile realizzare una filiera completa sul territorio senza l’ausilio di beni importati, pertanto la valuta locale non avrà nessun problema a rappresentarne le merci e i servizi prodotti e a garantirne lo scambio a oltranza.

Se il circuito economico legato alla valuta non convertibile ha assoluto bisogno di alcuni beni  provenienti dall’esterno (ad esempio di macchinario produttivo), può procacciarsi la valuta internazionale necessaria all’acquisto tramite due risorse: i prodotti di nicchia, cioè di eccellenza, che hanno sempre richiesta e le eccedenze; queste sono costituite dalla quota di produzione che supera il consumo e possono essere vendute nel circuito internazionale a un prezzo concorrenziale per definizione, dato che non servono al produttore.

Quando una valuta non convertibile coesiste in un certo territorio con una valuta riconosciuta internazionalmente, quindi in un regime di doppia circolazione, si parla di moneta complementare.

4) Moneta complementare: caratteristiche ed esempi

Come dice il nome stesso, la moneta complementare serve a colmare le deficienze di moneta ufficiale. Pertanto la prima caratteristica che deve avere è di poter essere immessa in circolo senza costi, di debito e interessi⁶, altrimenti non servirebbe a niente, diventando un doppione, oltretutto meno usufruibile, della moneta ufficiale e restando soggetta agli stessi regimi di carenza ciclica.

Altra caratteristica è quella della facilità di ottenimento: nel momento in cui la si vuole usare deve essere facilmente disponibile. Nell’esempio del Sardex, riportato sotto, la moneta si crea addirittura all’atto della transazione. Già capita normalmente che la moneta complementare abbia un’usufruibilità ridotta, rispetto a quella ufficiale, se poi fosse troppo oneroso o complicato reperirla, nessuno la adopererebbe.

Caratteristica molto importante è poi quella che si possa utilizzare per acquistare beni di prima necessità. Infatti sono le fasce più disagiate della popolazione ad averne maggior bisogno. Se però la moneta complementare potesse acquistare solo beni secondari, ad esempio culturali, i ceti più bassi non potrebbero usarla per comprarsi da mangiare e servirebbe a ben poco.

Infine è importante che la moneta complementare possa essere spesa da tutti gli operatori economici coinvolti, senza punti di arresto. Se infatti tutti usassero la valuta non convertibile per acquistare il pane e il fornaio con essa non riuscisse né a pagare la farina, né le bollette né i dipendenti, dopo un po’ il fornaio dovrebbe decidere se accettarla ancora o fallire. Una strozzatura della circolazione monetaria può essere fatale.

Due esempi tratti dall’attualità italiana illustrano due metodi per realizzare una moneta complementare: il Sardex e lo Scec.

Il primo è semplicemente un database che registra debiti e crediti degli utenti che si scambiano beni e servizi in moneta virtuale. Se a fine anno il saldo non è zero l’utente pagherà o riscuoterà in euro. La funzione realizzata è quella di una cosiddetta “camera di compensazione” per una forma evoluta di baratto.

Il sardex funziona benissimo, ma ha solo un grosso limite: per adoperarlo bisogna poter offrire prodotti o sevizi finiti. Quindi il 90% dei lavoratori, impiegati o operai che intervengono soltanto su un segmento del prodotto e di conseguenza non possono offrire un bene intero, ne restano esclusi.

Lo Scec invece è concepito come buono-sconto agganciato all’euro. È utilizzabile da chiunque, ma risente della difficoltà di accettazione, basata unicamente sulla persuasione culturale. Se tutti lo accettassero sarebbero tutti più ricchi del 20%, questo è il presupposto. Ma il negoziante che deve cominciare ad accettarlo per primo e non sa bene come e quando lo spenderà, ovviamente è restio a rischiare. Il risultato è che l’utilizzo dello Scec non decolla e, basandolo su questa piattaforma motivazionale, non lo farà mai.

Questi due esempi hanno il grosso pregio di armonizzarsi perfettamente con la giurisdizione esistente e di costituire quindi delle monete complementari a tutti gli effetti, che possono funzionare e lo fanno, seppur coi limiti che ho evidenziato.

5) Problemi e sfide di una moneta complementare

Abbiamo visto che una moneta complementare deve affrontare la sfida giuridica di rientrare nella legalità. I due esempi proposti mostrano come questo problema possa essere superato brillantemente. Più difficili sono i successivi.

Il secondo problema per una moneta è che deve funzionare, cioè deve poter acquistare delle merci. Affinché vi siano merci disponibili all’acquisto, per una moneta di supporto, deve esservi collegato un progetto che coinvolga l’imprenditoria. È sostanzialmente illusorio sperare di risolvere un problema monetario su di un piano esclusivamente finanziario, soprattutto per una moneta non convertibile. Oltre tutto la prima funzione di una simile valuta è proprio quella di attivare le potenzialità dormienti di un territorio, in cui si è prodotta la disoccupazione a causa della contrazione della massa monetaria. Quindi la sfida consiste nel coinvolgere l’imprenditoria, quando non  addirittura attivarla creando nuove imprese.

Tipicamente il bisogno della moneta complementare insorge in un periodo di crisi, quando la fiducia è ai minimi termini e quando nessuno vuole rischiare sul futuro aprendo nuove attività.

Ecco dunque che un autentico progetto monetario non può prescindere da un piano di lavoro che comprenda accordi con imprese esistenti e creazione di nuove⁸, per quanto piccole o piccolissime.

Un terzo problema, oggi diventato uno scoglio duro da superare, è costituito dalla globalizzazione.

Infatti la circolazione di merci “convenienti” che provengono dall’estremo oriente ha dismesso interi settori dell’industria locale, con perdita di apparati e competenze. In prima battuta potrebbe essere difficile soddisfare la domanda di certi articoli senza ricorrere a referenze importate. E comunque il negoziante troverebbe più comodo importare, oltretutto a prezzo basso, piuttosto che stimolare la produzione locale. La merce d’importazione però si comporta come una strozzatura della circolazione perché i Cinesi vogliono euro, non scec o sardex, cosicché l’incauto importatore concluderebbe rapidamente che “la moneta complementare non funziona”.

Per superare questo impasse, sarebbe necessario attivare anche delle iniziative di distribuzione, disponendo di un circuito alternativo che lavori solo con merci autoprodotte.

6) Conclusioni e valutazioni

Una volta che stia nella legalità, una moneta può assumere qualunque veste senza particolari conseguenze, che sia virtuale, sotto forma di buono sconto, supportata da carta di credito, o che si basi sull’ora-scuola.

Ciò che la rende usufruibile è il suo legame con una rete di attività, presenti o in fieri, sul territorio, che garantiscano la soddisfacibilità dei bisogni primari delle persone. In questo caso potrà raggiungere l’obiettivo di creare occupazione e di permettere di godere di parecchi beni basilari a persone che ne sarebbero altrimenti rimaste escluse.

Per sostenere il circuito economico della moneta non convertibile potrebbe essere necessario, soprattutto all’inizio, istituire anche un circuito di distribuzione esclusivo, con funzione occultamente protezionistica.

Per valutare una moneta complementare occorre capire quali merci possa trattare e quali legami possa stabilire con i settori produttivi, anche se sarebbe più corretto dire che sono gli accordi con l’imprenditoria a fare la moneta piuttosto che viceversa.

Di sicuro la moneta da sola non risolve magicamente i problemi economici, soprattutto in periodi di crisi in cui si è raggiunto il limite zero: gli operatori non si indebitano più neppure a zero interessi, perché la fiducia negli affari e nel futuro è scemata. Se dunque l’intrapresa si blocca persino in presenza di offerta di valuta internazionale senza costi, a maggior ragione sarebbe ferma di fronte alla pura e semplice offerta di moneta non convertibile.

La moneta complementare può prevenire la crisi, mentre a crisi avviata può sostenere, ma non creare ex nihilo, un’iniziativa di ripresa produttiva e occupazionale, che sarà giocoforza dirigista.

Tuttavia, di fronte alla latitanza della politica istituzionale, l’iniziativa monetaria può costituire una supplenza, quasi un’iniziativa politica dal basso, capace di imprimere una svolta alla deriva demolitrice deflazionistica, purché una quota sufficientemente ampia del mondo imprenditoriale sappia accordarsi al fine di istituire un circuito economico parallelo.

Per promuovere tali accordi, reti associative esistenti, quali gli enti politici locali, le associazioni di categoria, o persino associazioni trasversali, purché consolidate, come quelle culturali o religiose,   possono fungere opportunamente da promotori e catalizzatori.

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¹ Edito da Palgrave Macmillan, 2005.

2 Pubblicato sul sito a pagamento Effedieffe, 2014.

³ La definizione classica era “unità di misura del valore”. Ma essendo il valore un parametro soggettivo, detta definizione induce infinite e inutili confusioni. Il riferimento al dato oggettivo della proprietà consente di comprendere molto meglio la funzione del denaro. Tale innovazione definitoria, per quanto ne sappia, è mia.

⁴ Una trattazione di questo tema, concettualmente perfetta anche se abbastanza faticosa sul piano espositivo, si trova in Nino Galloni “Prendi i tuoi soldi e…scappa?” Koinè Nuove Edizioni, 2010.

⁵ In primis il dollaro, che è stato imposto con gli accordi di Bretton Woods, quale strumento mondiale di egemonia statunitense.

⁶ Ovviamente ci saranno dei costi, seppur modesti, di gestione.

⁷  Un breve e chiarissimo video esplicativo, che merita una visita, si trova sul sito del Sardex al seguente indirizzo      http://www.sardex.net/come-funziona/#up

⁸  A riguardo del celebre piano Schacht, tramite cui la Germania nazista assorbì 6 milioni di disoccupati in meno di tre anni, molti ricordano l’espediente finanziario costituito dai certificati MEFO (un pagamento alle imprese in buoni del tesoro) ma pochi mettono il giusto accento sul ruolo che giocarono le agenzie territoriali per il lavoro, che programmarono le opere che furono alla base del prodigioso sviluppo di quegli anni.



   

 

 

1 Commento per “La moneta complementare in attesa di uscire dall’euro”

  1. Claudio Martucci

    Interessante relazione comprensibile anche ai non addetti!

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