Rawalpindi, leader cristiano ucciso in carcere: era accusato di blasfemia

Il 42enne reverendo Zafar Bhatti, presidente della Jesus World Mission, era imputato (con false accuse) per aver violato la “legge nera”. Egli è morto in cella, colpito da numerosi proiettili. Nelle ultime settimane era stato oggetto di minacce di guardie carcerarie e prigionieri. Fonti cattoliche di AsiaNews promettono “battaglia legale” per fare giustizia.

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Rawalpindi (AsiaNews) – Nuovo caso di omicidio extra-giudiziale in Pakistan per un leader cristiano, in carcere – seppur innocente – da anni per un’accusa di blasfemia e ucciso dagli stessi agenti preposti a garantirne l’incolumità. La vittima è il 45enne reverendo Zafar Bhatti, il cui corpo privo di vita è stato ritrovato questa mattina in cella, nella prigione di Adyala a Rawalpindi.

Dal luglio 2012 l’uomo, presidente della Jesus World Mission, era sotto inchiesta per aver violato la “legge nera”, anche se non vi erano prove relative alla sua colpevolezza. Fonti cattoliche di Rawalpindi, dietro anonimato, parlano ad AsiaNews di una “terribile vicenda” e annunciano azioni legali “appena verranno resi pubblici i risultati dell’autopsia”. “Chiediamo inoltre – aggiunge – maggiore tutela per quanti sono sotto processo per blasfemia”. Associazioni pro diritti umani e attivisti chiedono indagini approfondite per far luce sull’ennesima “barbarie” che si è consumata in Pakistan.

Il rev. Bhatti era originario di Karachi, ma nel 2010 si è trasferito a Lahore, nella colonia di Nawaz Sharif dove ha vissuto per due anni. Egli ha lavorato a lungo in difesa dei diritti dei cristiani e delle minoranze religiose. Il 10 luglio 2012 il trasferimento, con la famiglia, alla volta della capitale Islamabad. Il giorno successivo, a sorpresa, è stata presentata una denuncia a suo carico presso la polizia di New Town, a Rawalpindi, da parte di Ahmed Khan, vice-segretario del movimento islamico Jamat Ehl-e-Sunnat.

Secondo il rapporto degli agenti, Khan avrebbe ricevuto sul proprio numero di telefono alcuni messaggi – da parte di un numero visibile, ma non registrato in memoria – contenente linguaggio oltraggioso nei confronti della madre di Maometto. Egli si è rivolto alla polizia, minacciando di movimentare l’ala estremista se gli agenti non avessero aperto un fascicolo per blasfemia, alla sezione 295-C del Codice penale.

La vicenda presenta diversi aspetti poco chiari, tra i quali lo stesso capo di accusa nei confronti del reverendo cristiano. Per legge chi viola gli articoli 295 B e C del Cpp rischia anche la pena di morte. Tuttavia, l’offesa nei confronti della madre del profeta è regolata dalla sezione 295 A e prevede pene più lievi. Il 16 luglio gli agenti hanno arrestato Bhatti e la cognata Nasreen Bibi e, durante il regime di custodia cautelare, lo hanno sottoposto a torture e abusi per estorcere una confessione mai arrivata, poiché egli ha sempre respinto con sdegno le accuse dichiarandosi innocente.

Nel corso delle indagini è emerso che il numero di telefono apparteneva a Ghazala Khan, cugina del leader cristiano e collaboratrice all’interno della sua associazione, finita anch’essa sotto processo per blasfemia. Nel dicembre 2012 la donna è stata rilasciata su cauzione, con l’obbligo presenza durante le udienze; negli ultimi mesi attivisti e associazioni hanno lanciato appelli affinché il processo si svolgesse in carcere, per timore di attacchi contro gli imputati oggetto di continue minacce.

Tuttavia, i tentativi di pressione sulle autorità non sono bastati e nella notte il rev Bhatti è stato ucciso, secondo le ultime ricostruzioni, proprio dagli agenti preposti alla sua sicurezza, che lo hanno ucciso con numerosi colpi di pistola. Nelle ultime settimane egli aveva confidato a più riprese alla famiglia di temere per la propria vita, oggetto di minacce non solo da parte degli altri carcerati, ma degli stessi agenti di polizia penitenziaria del carcere.

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l’islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo e seconda fra i Paesi musulmani dopo l’Indonesia. Circa l’80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Gli attacchi contro le minoranze etniche o religiose si verificano in tutto il territorio nazionale, ma negli ultimi anni si è registrata una vera e propria escalation.

Decine gli episodi di violenze, fra attacchi mirati contro intere comunità (Gojra nel 2009 o alla Joseph Colony di Lahore nel marzo 2013), luoghi di culto (Peshawar nel settembre scorso) o abusi contro singoli individui (Sawan Masih e Asia Bibi, Rimsha Masih o il giovane Robert Fanish Masih, anch’egli morto in cella), spesso perpetrati col pretesto delle leggi sulla blasfemia. asianews



   

 

 

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