Corano e fucili, le donne dell’Isis sognano la prima linea

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18 settembre . Duecento jihadiste, forse di più. Arrivano da 14 paesi e rappresentano il 15% delle reclute. Sono le donne del califfato, le amazzoni sulle quali il leader del cosiddetto Stato Islamico (Is), Abu Bakr al-Baghdadi, può contare nella sua battaglia contro i “miscredenti”. Hanno lasciato l’università, il lavoro e la famiglia per viaggiare in Siria e Iraq, nei territori dove l’Is comanda e vige un’interpretazione estremista della sharia che punta a seminare il terrore tra la popolazione. Nello Stato sognato da al-Baghdadi non si accontentano di un ruolo marginale, vogliono essere protagoniste, vogliono la linea del fronte.

Vengono dall’Europa, in gran parte da Gran Bretagna e Francia, dove oggi cinque persone sono state arrestate con l’accusa di aver formato una cellula di reclutamento per ragazze destinate ad ingrossare le fila dell’Is in Siria. Gli arresti sono stati effettuati nella zona di Lione, come ha spiegato il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve. Non tutte però vengono fermate dalla polizia nei loro paesi d’origine.

E’ il caso di Umm Khattab, la cui storia è descritta sul sito web della Cnn. Giovanissima, 20 anni circa, un tempo postava su internet le ricette del pollo alla vietnamita. Oggi si ritrae con Ak-47 e Corano e sogna di infilzare la testa del primo ministro britannico, David Cameron.

Non è certo la prima volta che le donne vengono reclutate per la ‘guerra santa’. La stessa al-Qaeda, da cui deriva l’Is, può contare da anni su un plotone di donne kamikaze pronte al martirio. Ma è la prima volta che si assiste a un tale arruolamento di massa. “La ‘mujahidat’ (il corrispettivo femminile di ‘mujahidin’, ndr) classica ha un ruolo di supporto – come moglie o madre che esegue i lavori domestici – per il jihadista. Modello casalinga anni ’50”, spiega Veryan Khan, analista del Terrorism Research and Analysis Consortium (Trac).

Alcune di loro, tuttavia, non accettano il ruolo di comprimarie. Come Aqsa Mahmood, ex studentessa a Glasgow che lo scorso anno ha lasciato la famiglia e l’università per recarsi in Siria. Oggi Aqsa ha sposato un combattente dell’Is e scrive su un blog con il nome di Umm Layth dove fornisce consigli alle ragazze che come lei vogliono unirsi alla ‘guerra santa’: “Portatevi le pallottole, scarponi robusti e una giacca calda” sono alcune delle sue dritte.

Aqsa ha l’ambizione di combattere al fonte, ma al momento ha raccolto più che altro delusioni. “Sarò sincera con tutte voi – scrive – non c’è nessun ruolo per le sorelle che vogliono partecipare al ‘qitaal’ (combattimento, ndr). Per le sorelle è assolutamente impossibile. Se Dio vuole in futuro“.

Non manca in alcune delle aspiranti jihadiste la smania di dimostrarsi all’altezza dei criminali più efferati dell’Is. Così lanciano la sfida agli uomini sul piano della violenza e dell’orrore. Due giorni fa una giovane studentessa di medicina britannica, che dice di chiamarsi Mujahidah Bint Osama, ha pubblicato una foto su Twitter in cui appare con in mano la testa mozzata di un uomo.

Questa ambizione trova a volte il ‘giusto’ riconoscimento. Di recente l’Is ha formato un battaglione di 60 ragazze tutte sotto i 25 anni, tra le quali anche britanniche, che ha due compiti principali: presidiare i checkpoint e controllare che i costumi delle donne di Raqqa, nella Siria settentrionale, siano rispettosi dei precetti dell’Islam. La milizia di sole donne, chiamata al-Khanssaa, ha il compito di verificare che i comportamenti delle siriane siano conformi a un’interpretazione tradizionalista della sharia e soprattutto che non ci sia un’interazione ‘indebita’ tra uomini e donne.

Poco si conosce invece del ruolo della donna che è più vicina al califfo al-Baghdadi, la moglie Saja Hamid al Dulaimi, della quale girano sul web alcune immagini. Si sa – per voce di un leader del Fronte al-Nusra – che era tra le detenute scarcerate dal regime siriano in cambio del rilascio delle suore di Maulula. E’ vedova di Falleh Ismail Jassem, un jihadista ucciso ad Anbar nel 2010 e la sorella Duaa avrebbe partecipato ad un attacco suicida ad Erbil. Niente altro. Nemmeno voci su un suo eventuale ruolo di primo piano nella leadership del califfato. Forse c’è da credere a chi sostiene che avrebbe lavorato come parrucchiera oppure come sarta nella provincia di Anbar. Un curriculum non certo da ‘mujahidat’. adnkronos



   

 

 

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