In Italia c’è un morto di tubercolosi al giorno. 40 poliziotti infettati

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3 settembre –  “Questi giorni noi come sindacato di polizia Consap – scrive il segretario Generale, Igor Gelarda – abbiamo lanciato una class action contro il Ministero dell’Interno, che cosa è successo? Che migliaia di miei colleghi della Polizia di Stato, ma anche dei Carabinieri, delle altre forze dell’ordine, sono stati impegnati in servizi di accoglienza o gestione a vario titolo dei migranti. Inevitabilmente questi migranti vengono da luoghi dove esistono e resistono determinate malattie che qui in Italia erano completamente scomparse. E tra queste c’è la tubercolosi.

La TBC in Italia – Leggevo l’altro giorno le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in Italia c’è un morto al giorno per la tubercolosi. A oggi abbiamo circa 40 poliziotti che sono risultati positivi al test di Mantoux, che è quella macchinetta che quando eravamo più puntini facevamo a scuola e fa 4 buchini, e quella fa la spia, perché se sei stato a contatto con la tubercolosi si gonfia e si irrita tutta la parte accanto. Più di 40 miei colleghi sono risultati positivi. Ora la cosa che ci sembrava strana, in televisione, ma anche dal vivo, quando vedevamo gli uomini della marina che erano sulle navi accogliere i migranti con gli occhialetti, la tuta bianca, la maschera con il filtro e i guanti, e poi vedevamo i miei colleghi inizialmente, con i guantini e con la mascherina quella del dentista.

La Class Action dei poliziotti abbandonati dallo Stato – Dopo avere protestato, perché la Consap si sta battendo fortemente per questa cosa sono iniziate a spuntare le mascherine con il filtro, che sono le uniche che ti possono dare un minimo di difesa. Attenzione, io parlo di tubercolosi, ma ci sono le malattie ancora peggiori! C’è il meningococco, c’è l’ebola, che non sappiamo in realtà come e dove poter gestire. E vi ricordo che un poliziotto infettato, oltre a patire danni personali, sta a contatto con la propria famiglia e diventa a sua volta un involontario vettore di infezione! Allora che cosa abbiamo fatto? Ci siamo messi d’accordo con la Assotutela, che difende appunto i diritti dei consumatori, in particolare l’Avvocato Cicchetti, che è molto valido.

Quali sono le difesa che il ministero dice che i poliziotti dovrebbero avere? Quelli impegnati in Mare Nostrum e nella attività coi migranti? E leggiamo che nelle disposizioni c’erano le mascherine, la tutina bianca e tutto il resto, diciamo, degli apparati dispositivi in dotazione personale. La polizia non li aveva quasi mai. Per questo motivo abbiamo messo su questa class action che purtroppo ha avuto poco risalto, perché è scomoda, abbiamo fatto questa conferenza stampa e adesso stiamo raccogliendo decine di adesioni dei colleghi.

Il numero di colleghi entrati in contatto con il virus sono diventati tanti e molti ci stanno contattando e vogliono i danni, perché la paura, la preoccupazione di tornare a casa con la tua bambina piccola. Sapere di essere stato in contatto con la tubercolosi, perché l’organismo per cui lavori non ti ha protetto per come doveva, sicuramente dà fastidio, da molto molto fastidio. Dopo questa class action che abbiamo fatto il 7 agosto, il ministero nel giro di due giorni ha diffuso un vademecum con delle belle slide per informare i colleghi e dire che: “No! Attenzione! Quello che ci vuole sono guantini, mascherina, occhialini e tutina” e ha fatto una circolare in cui demanda il ministero la responsabilità di questi dispositivi di protezione ai questori, cosa di per se giusta, se non fosse che il questore ha difficoltà a reperire questi strumenti, perché questi dovrebbero essere dati al sanitario provinciale della polizia, ma in tanti casi ancora non sono stati distribuiti.

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L’incontro con Alfano c’è stato precedentemente, abbiamo interpellato più volte il ministero e nello specifico il direttore dell’immigrazione, il dottor Pinto, che è quello che noi stiamo cercando di stimolare. Noi non siamo polli da batteria. Noi abbiamo oltre la nostra dignità personale anche la dignità professionale e le nostre famiglie che ci aspettano. Se lo Stato ci chiama noi andiamo, ma lo Stato che ci chiama ci deve dare anche gli strumenti per poter fare bene e in sicurezza il nostro lavoro.

scabbiaControlli medici sommari ai migranti – Sulla nave c’è un controllo velocissimo, e potremmo dire anche un po’ sommario, da parte di un medico, che vede se ci sono evidente tali da fare isolare questa persona, successivamente poi vengono presi in carico nei centri dove vengono svolte delle visite, ma si parla di virus, batteri, vibrioni, tutte cose che hanno fatto penare la scienza per circa 1800 anni prima di essere isolate, perché si vedono soltanto con determinati strumenti. Per cui abbiamo centinaia di casi di scabbia. Di scabbia non si muore, però beccarla è brutto: un insetto che ti scava i tunnel sotto la pelle prima di cacciarlo via ce ne vuole! In un sistema sanitario come il nostro, che già ha delle difficoltà questo sovraccarico è diventato qualche cosa di difficile da gestire e lo sarà sempre di più.

L’incidenza sui migranti di malattie infettive è di circa 15 volte in più rispetto a una persona che vive in Italia: si tratta di percentuali molto alte. Sono involontari vettori, su questo non c’è dubbio, ma lo sono. Ci hanno spiegato che l’ebola ha un tempo di incubazione di circa tre settimane. Poniamo che salga sul barcone una persona che l’ha appena preso, il viaggio dura uno o due giorni, ha tutto il tempo di poter infettare le altre persone, questi arrivano in Italia, apparentemente non sembrano avere nulla, perché diciamo ancora il tempo non è passato e dopo un paio di settimane iniziano a manifestare questi sintomi.

Il silenzio assordante dei giornali – I giornali ci hanno dato un minimo di attenzione, però in realtà abbiamo notato che nessuno ha veramente, tranne rari casi, nessuno ha voluto veramente approfondire la vicenda e era quello che invece ci avrebbe fatto piacere. Noi non siamo degli strilloni che vogliono mettere paura alle persone. Noi vogliamo spiegare quello che è la condizione lavorativa della Polizia. Questo oltre a cercare di migliorare la situazione lavorativa della polizia e renderla più efficiente, è anche un modo per accorciare quelle distanze che purtroppo a volte si creano tra il cittadino e il poliziotto. Tante cose brutte sono successe per l’errore di uno, poi pagano in tanti. Spiegare alla popolazione come lavoriamo, in quali condizioni lavoriamo, ma che comunque lavoriamo, è anche un modo per riavvicinarci a loro. In questo momento noi, come società civile, abbiamo bisogno di tutte le componenti per tornare insieme.”. OPI



   

 

 

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