Francia: censurato il film sui ragazzi Down felici: offende chi abortisce

 

di Costanza Miriano

Essersi dati un codice di autoregolamentazione verbale piuttosto rigoroso – ho un bonus parolaccia annuale, ma si sappia che conservo una zona franca in macchina quando guido da sola, e in casi estremi posso insultare automobilisti creativi o anche il destino cinico e baro nei giorni no – ti costringe a uno sforzo espressivo molto maggiore di quello che faresti approfittando del semplice turpiloquio. Ci si mette di più a descrivere il gesto davvero ignobile di quello che salta la fila, se non puoi dire “anvedi sto …” È anche un pelino meno efficace, lo ammetto, dire “trovo opportuno rispettare l’ordine di arrivo”, reprimendo il vaffa che giace sopito dentro di te.

Bè, anni di buona condotta vanificati in due minuti: ieri ho consumato tutti i bonus parolaccia di qui alla mia dipartita leggendo questa notizia: in Francia il CSA (Consiglio Superiore dell’Audiovisivo) ha censurato il video DEAR FUTURE MOM preparato da Coordown, Les amis d’Éléonore e dalla Fondazione Jérôme-Lejeune per la Giornata Mondiale della Sindrome di Down.

Cosa c’era di offensivo, pornografico, violento, razzista, cattivo nelle pericolose immagini?
Una serie di ragazzini down si permetteva, pensate un po’, di cercare di consolare una mamma che aveva scoperto di aspettare un figlio affetto dalla sindrome. Le dicevano “non avere paura”. Le dicevano che anche loro, i down, possono imparare a leggere, a scrivere, possono andare a scuola, aiutare il babbo ad aggiustare la bici, andare a vivere da soli, viaggiare, trovare un lavoro e con i soldi guadagnati invitare la mamma a cena fuori, abbracciarla. A volte sarà difficile, molto difficile – dicono i ragazzi in diverse lingue, sottotitolati in inglese nell’originale – e a momenti sembrerà quasi impossibile. Ma anche noi possiamo essere felici.
Con un atto di inaudita violenza e prepotenza il CSA francese ha censurato il video perché potrebbe offendere la sensibilità delle madri che “nel pieno rispetto della legge hanno fatto una scelta diversa”, cioè hanno abortito. Capito? Non solo è perfettamente legale, e anzi considerato una conquista il diritto di uccidere i bambini malati nel grembo della madre. Ma è addirittura ritenuto offensivo dire che anche questi bambini possono essere felici.

down

 

Certo, nel paese dei lumi addirittura arrestano le persone che vanno a pregare davanti alle cliniche dove fanno aborti, e qualcuno è andato in carcere per avere regalato delle scarpine da neonato a una donna incinta che andava ad abortire. Ma credo che qui si sia passato il segno. Quelle sono persone, stanno in mezzo a noi, persone che fanno la loro fatica quotidiana come e più di noi, e si vuole negare loro anche la facoltà di dire che anche loro possono essere felici.

Innanzitutto vorrei sapere chi ha il monopolio del feliciometro. Chi decide che chi ha la sindrome di Down non è felice? Chi decide chi è felice e chi no? Solo ognuno di noi conosce la propria risposta personale, a volte neanche le persone che abbiamo più vicine possono rispondere per noi, indovinano il nostro segreto.

Il punto è che l’obiettivo dell’uomo di oggi che si sogna completamente autodeterminato e non bisognoso di niente e di nessuno è eliminare la vista dell’imperfezione, della sofferenza, del limite, perché questo ci richiama alla nostra fragilità, al semplice dato di fatto che siamo creature (e di fronte a Dio siamo tutti Down). La Francia galoppa spedita verso l’eugenetica, in molti paesi si punta all’eliminazione fisica dei Down, la Danimarca senza girarci tanto intorno ha fissato la conclusione dello sterminio per il 2030.

L’eutanasia punta a sterilizzare la sofferenza, credendo di esorcizzarla (ma Lucia Bellaspiga, la collega di Avvenire, mi ha raccontato le atroci ultime ore di Eluana, altro che bella morte!). Però purtroppo per quanto ci si giri intorno, la malattia e la morte ci sono, esistono, e noi cristiani possiamo cercare di guardarle in faccia perché sappiamo che oltre il mistero che anche per noi rappresentano c’è una speranza, da quando tutto è redento, da quando la morte non è più.

Qualcuno può sentire come un’offesa il sorriso di quei bambini down perché è troppo doloroso ammettere di avere ucciso delle persone, che avrebbero avuto dei gusti, dei sogni, dei desideri, dei progetti. Penso che si possa capire il dolore di chi non porta avanti la gravidanza. Penso anche che si possa capire chi non ce la fa a tenere un bambino malato da sola, perché il problema è proprio quello: non lasciare da sole le mamme, e i babbi, davanti a questo peso immane. Il cuore è capire che questo carico deve essere portato da più spalle, almeno nei tratti di cammino più ripidi. E non basta, per noi che ci diciamo cristiani, dire che siamo contro l’aborto, se non ci facciamo carico di qualche mamma affaticata e disperata e scoraggiata. Quindi forse pochi di noi possono dirsi senza colpa, pochi di noi fanno abbastanza. Ma nessuno può permettersi mai e poi mai di togliere la voce a quei bambini, che volevano solo dire “anche noi possiamo essere felici”. Questa violenza è davvero troppa. È abominevole, è disumana.

Infine, vorrei notare che ovunque in Occidente sono loro, i paladini della cosiddetta libertà, i sedicenti tolleranti, quelli che amano pensarsi privi di condizionamenti, i figli del vietato vietare, quelli che pensano di essere illuminati, sono loro a cercare di tappare la bocca a noi “oscurantisti”, sono loro a proporre leggi dittatoriali che istituiscono il reato di opinione (in Francia ce l’hanno fatta, in Italia ancora no). Perché la menzogna ha bisogno della legge e della minaccia del carcere per essere difesa, e ha paura di chi dice la verità. La menzogna ha paura di chi dice che i bambini hanno bisogno di un padre maschio e di una madre femmina. La menzogna vuole perseguire chi dice “utero in affitto”, vuole costringerci a dire “maternità di sostegno”, serve a negare il fatto che donne bisognose vengono sfruttate. La menzogna ha paura della verità, di un bambino disabile che dice “anche io posso essere felice”. Hanno paura e lo censurano. Ci fate pena.



   

 

 

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