Continua il valzer tra Italia e India sul caso dei due marò

Maro

Di Giuseppe Paccione

6 agosto – Ancora una volta, il Tribunale speciale indiano ha rinviato la questione dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, tuttora trattenuti, nei locali dell’ambasciata italiana, a Nuova Delhi ormai da quasi tre anni. Questo è quanto accaduto alla fine del mese di luglio. Qualche giorno dopo, la Corte Suprema dell’Unione d’India ha autorizzato il rinnovo della cauzione per garantire la libertà temporanea ai due militari italiani del Reggimento San Marco. Il Tribunale speciale, cui era stato affidato dalla Corte suprema di esaminare il caso, si è aggiornata al 14 ottobre del corrente anno, per la ragione che uno dei giudici ha avuto problemi e non poteva presiedere al dibattito.

Come volevasi dimostrare, il problema dei due Marò sta finendo nel dimenticatoio, sommersa da altre notizie internazionali, molto importanti (Libia, Gaza, Ucraina, etc.). il fatto è che non si ha chiaro in che modo si stia muovendo la la diplomazia italiana e l’attuale governo che pensa solo a candidare l’attuale ministro degli esteri al posto di alto rappresentante della PESC.

Che cosa stanno facendo? L’opinione pubblica vuole saperlo e non mi pare che, in tal caso, la riservatezza sia l’arma della buona diplomazia. Nei giorni nostri, sulla vicenda dei due fucilieri della Marina militare italiana sono pendenti in India quattro procedimenti, di cui tre davanti alla Corte suprema, il quarto dinanzi alla Corte speciale. Si immagini che è stato presentato dal proprietario del peschereccio St. Anthony, dove morirono i due pescatori indiani, colpito secondo la tesi dell’accusa dai due Marò, un ricorso volto a determinare l’incompetenza della Corte speciale e a riportare il caso dinanzi ai tribunali del Kerala.

Alcuni mesi fa, con grande risonanza era stato annunciato dal governo Renzi e dai rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa una nuova fase. Dato il ben servito al sottosegretario Staffan De Mistura, il quale aveva concretamente seguito la vicenda sin dall’inizio, la nuova fase sarebbe consistita nel portare la controversia Italia c. India a livello internazionale, sia sul piano diplomatico, che su quello giurisdizionale internazionale, con l’eventuale ricorso all’arbitrato. Com’è ben noto, l’internazionalizzazione a livello diplomatico non ha, sino a oggi, fatto registrare iniziative incisive.

Uno dei punti su cui ha insistito il governo italiano è quello dell’immunità funzionale dei due Marò, in quanto organi dello stato italiano. Da qualche mese a questa parte è iniziata la Presidenza italiana dell’Unione Europea, è si constata come il Premier italiano o il Ministro degli affari esteri non abbiano fatto della questione dei Marò una priorità, benché la lotta alla pirateria riguarda tutti i 28 Stati membri dell’UE. Circa la questione dell’immunità funzionale, se ne sta occupando la Commissione del diritto internazionale, organo di codificazione delle Nazioni Unite. Non pare che la tesi dell’immunità funzionale sia stata incisivamente affrontata nella VI Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui si dibattono i progetti della Commissione di diritto internazionale, tranne qualche marginale intervento.

La scelta dell’arbitrato, come una delle possibili soluzioni dell’internazionalizzazione della controversia, langue. Una volta promosso l’arbitrato, disciplinato dall’Annesso VII alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, sarebbe anche possibile, come misura temporanea, proporre al Tribunale internazionale del diritto del mare, l’invio in Italia dei due Marò, in attesa che si pronunci il tribunale arbitrale. Soluzione che può essere applicata e, quindi, fattibile, ma non sicura.

Si sa che la vicenda dei due Marò è piena d’impasse, sotto il profilo tecnico, dall’incastro tra competenze dell’esecutivo e competenze dei tribunali, di non semplice soluzione in una Nazione, in cui vige il principio della separazione dei poteri. È d’uopo, tuttavia, trovare, sul piano prettamente diplomatico, un sistema che, nella tutela del principio della separazione dei poteri, consenta di giungere a una celere soluzione della vicenda e ciò potrebbe realizzarsi nella istituzione di una Commissione d’inchiesta di cui esistono alcuni precedenti nel campo del diritto del mare.

L’accordo dovrebbe consistere nel far rientrare i Marò in Italia, con l’obbligo di punirli nel caso in cui l’inchiesta confermi che del tutto che essi siano responsabili della morte dei due pescatori indiani. In questo caso verrebbe in considerazione anche il risarcimento del danno alle famiglie che è già stato corrisposto, sia pure a titolo grazioso, senza cioè ammissione di responsabilità alcuna da parte italiana.

Per continuare a seguire il problema dei due Marò, è stato formato presso il Ministero affari esteri, sotto la presidenza di un avvocato londinese, come se in Italia fossimo sprovvisti di ottimi e preparati avvocati, un team di giuristi. Nessun problema circa la competenza ed è consuetudine in una vicenda internazionale allargare il team con presenze straniere, ma nominare capo del team un avvocato straniero è però un’altra cosa. L’esperienza insegna che sono gli Stati del terzo mondo privi di giuristi di alta preparazione e qualità che ingaggiano avvocati occidentali. Il nostro Paese non è una nazione da terzo mondo e, per fortuna, ha eccellenti giuristi in grado di difendere le sue ragioni! Siamo in Italia, paese dei balocchi, purtroppo!



   

 

 

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