Islam Sudan: 100 frustate e impiccagione a donna incinta che ha scelto il cristianesimo

16 mag. – In Sudan, un giudice ha condannato a morte per apostasia una donna cristiana incinta all’ottavo mese. Meriam Yeilah Ibrahim, un medico di 27 anni, ha gia’ un figlio di 20 mesi che si trova con lei in carcere. Il magistrato di un tribunale di Khartum ha stabilito che la donna ha abbandonato la sua fede, in quanto il padre era musulmano, e l’ha anche condannata a 100 frustate per adulterio in quanto sposata con un cristiano in un matrimonio che non e’ considerato valido dalla ‘sharia‘.

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Il giudice le aveva chiesto di rinunciare alla sua fede: “Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare, ma insisti nel non voler ritornare all’Islam. Ti condanno a morte per impiccagione”, ha detto il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa rivolgendosi alla donna con il suo nome musulmano, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah. La giovane ha reagito senza tradire l’emozione quando la sentenza e’ stata letta. Poco prima, un imam era entrato nella gabbia degli imputati e le aveva parlato per circa 30 minuti. Al termine, lei si e’ rivolta al giudice e con calma ha detto: “Sono cristiana e non ho mai commesso apostasia”.

Secondo quanto ricostruito da un gruppo a tutela dei diritti umani, Christian Solidarity Worldwide, la donna e’ nata da padre sudanese musulmano e da madre etiope ortodossa.
Abbandonata dal padre quando aveva 6 anni, Meriam e’ stata cresciuta nella fede cristiana. Ma poiche’ il padre e’ musulmano, e’ considerata tale dal diritto sudanese, il che rende nullo il matrimonio con chi non e’ musulmano. Secondo il portavoce del gruppo, Kiri Kankhwende, nei casi analoghi di donne incinte, il governo sudanese ha atteso che il parto prima di eseguire la sentenza capitale.
Amnesty International ha definito “ripugnante” che una donna possa essere condannata a morte per la sua fede religiosa, o frustata perche’ sposata con un uomo di religione diversa. E’ un fatto “agghiacciante e orrendo”, ha dichiarato Manar Idriss, ricercatore sul Sudan di Amnesty International, “l’adulterio e l’apostasia non dovrebbero essere considerati reati. Siamo in presenza di una flagrante violazione del diritto internazionale dei diritti umani.

La Ong per i diritti umani considera Meriam una prigioniera di coscienza, condannata solo a causa della sua fede e identita’ religiosa. “Chiediamo il suo rilascio immediato e incondizionato”, ha sottolineato Idriss.
A difesa di Meriam, in attesa della sentenza, erano gia’ scese in campo alcune ambasciate occidentali a Khartum.
“Chiediamo al governo del Sudan”, si legge in un comunicato diffuso dalle rappresentanze di Usa, Gb, Canada e Olanda, “di rispettare il diritto di liberta’ di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che e’ sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005”. agi



   

 

 

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