Avanti un altro, dopo l’Ucraina dove andrà la “democratizzazione”?

8 magg –  L’Ucraina sta sprofondando sempre più in una guerra civile. In Russia molti politici, politologi e economisti parlano della crisi dello Stato ucraino. Hanno ragione, ma solo in parte. I processi che sono in atto in Ucraina devono essere un monito per i vicini della Russia, dice il politologo ucraino Yuri Gorodnenko.

Europa

Yuri Gorodnenko

Quello che sta accadendo in Ucraina è una sfida diretta a Kazakhstan, Azerbaigian, Georgia, Armenia, Moldavia, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizstan e Turkmenistan. In tutti questi paesi, anche se in varia misura, esistono le premesse che potrebbero portare a una rivolta tipo quella dell’Euromaidan. E non occorre dubitare che l’Ucraina non sia l’ultimo bersaglio di Washington e dei suoi alleati.

La questione nazionale

Sia l’Impero Russo sia l’Unione Sovietica fecero parecchio per lo sviluppo delle culture nazionali. Per esempio i leader degli slavofili sostenevano attivamente gli artefici dell’idea ucraina – Taras Shevchenko e Panteleimon Kulish. Durante il periodo sovietico furono pubblicate le opere complete di Taras Shevchenko e Ivan Franko. Venivano aiutati, su ampia scala, scrittori e poeti, compositori e scienziati ucraini. Con tirature grandissime uscivano libri di Oles Gonchar, Pavlo Zagrebelny e di tanti altri autori. Analoga era la situazione in tutte le altre repubbliche nazionali dell’URSS.

Da quando l’Ucraina è diventata indipendente, si è parlato moltissimo dell’identità nazionale degli ucraini, ma il paese non ha trovato i soldi, e neanche la voglia, per pubblicare il volume aggiuntivo, già incluso nel piano editoriale, delle opere complete del poeta nazionale Taras Shevchenko, edite ancora ai tempi dell’URSS. Piuttosto che promuovere i talenti e sostenere la cultura e la scienza, i politici e gli oligarchi preferivano saccheggiare il proprio paese.

La crisi ucraina

All’epoca dell’Unione Sovietica, in Ucraina, non esistevano netti disaccordi tra l’Est e l’Ovest del paese. Un terzo di tutti gli abitanti di Leopoli erano russi, in prevalenza ingegneri, docenti, ricercatori scientifici. La frattura ha cominciato a profilarsi nel periodo della perestrojka quando gli emigrati ucraini, che vivono in Canada e negli Stati Uniti, hanno cominciato a portare nel paese libri nazionalistici e a creare dei gruppi radicali. Di conseguenza, gia’ nel 1990 in Ucraina Occidentale è iniziato il processo di emarginazione della popolazione russofona, e oggi a Leopoli rimane solo il 4% dei russi etnici.

Sebbene per motivi diversi, tutti i presidenti dell’Ucraina (Kravchuk e dopo lui Kuchma, Yushchenko e Yanukovich) hanno incoraggiato il nazionalismo fomentando umori antirussi. Il risultato della lotta tra le varie forze politiche è che dopo 23 anni il paese, un tempo prospero, oggi si trova sull’orlo di una guerra civile e deve misurarsi con la minaccia del neonazismo.

L’odierna generazione degli abitanti di Donetsk, Odessa, Kharkov non perdonerà mai ai galiziani il sangue versato nel Sud-Est del paese, e così pure l’odierna generazione dei galiziani non riuscirà mai a liberarsi dalle idee naziste inculcate negli anni dell’indipendenza. Non tratteranno mai i minatori e i metallurgici di Donetsk come esseri umani.

Ma la cosa più pericolosa è che tutto ciò potrebbe ripetersi anche in altri paesi dell’area ex-sovietica: Azerbaigian, Armenia, Georgia, Moldavia, Bielorussia, Kazakistan, o nelle repubbliche centroasiatiche.

Nell’Impero Russo, come anche nell’Unione Sovietica, la questione nazionale era trattata con grandissima cautela. Grazie a ciò, gli armeni convivevano pacificamente con gli azeri, gli abitanti della Transnistria con i moldavi, i kirghisi e i tagiki con gli uzbeki, i russi con i kazaki e gli ucraini. Tuttavia, dopo la costituzione di Stati indipendenti, molti esponenti politici dello spazio post-sovietico hanno cominciato a coltivare le tendenze nazionalistiche.

Durante la presidenza di Gamsakhurdia e Saakashvili, la Georgia viveva all’insegna del nazionalismo etnico. In Bielorussia abbiamo a che fare col nazionalismo economico. Denunciando in pubblico la politica estera ed economica della Russia, Aleksandr Lukashenko sta creando nella coscienza dei bielorussi l’immagine di un nuovo nemico, la Russia. Pronunciando discorsi contro la federalizzazione dell’Ucraina e approvando l’operato di Turcinov, egli sta assestando un colpo alla popolazione del Sud-Est dell’Ucraina. Per 3 anni Yanukovich e Azarov hanno portato avanti una campagna antirussa nel problema del gas, concimando così la proliferazione delle idee ultranazionalistiche. I dirigenti della Russia non si sono mai permessi delle dichiarazioni del genere all’indirizzo dei paesi fratelli.

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Gli USA minacciano tutti gli Stati post-sovietici

La guerra di tutti contro tutti fa il gioco di Washington che rimane fedele all’antico “divide et impera”.

Gli USA usavano questa tattica ancora negli anni della Prima guerra mondiale vendendo armi e viveri ad entrambe le parti e favorendo così l’approfondimento del conflitto. E vendevano bene: se alla vigilia del 1914 il debito americano verso i paesi d’Europa ammontava a circa 3 miliardi di dollari, già nel 1919 gli USA diventarono il più grande creditore dell’Europa: la somma dei loro prestiti ai paesi europei superava 11 miliardi di dollari, mentre l’utile netto delle società americane, conseguito nel periodo tra il 1914 e il 1919, fu di circa 34 miliardi di dollari.

Lo stesso anche durante la Seconda guerra mondiale. Armi, munizioni, cibo e materiali vari (forniture sotto il programma “Lend-Lease” per un totale di 50 miliardi di dollari USA) si spedivano in Gran Bretagna, URSS, Francia e Cina. “Lend-Lease” prevedeva anche che i beni forniti nell’ambito del programma, rimasti dopo la fine della guerra, dovevano essere pagati, per intero o in parte, sulla base di prestiti di lungo termine senza interessi elargiti dagli USA. Le società americane non riuscirono ad arricchirsi subito con la Seconda guerra mondiale, tuttavia verso l’America confluivano i capitali privati che fuggivano dall’Europa. In più gli USA ricevettero le riserve auree di alcuni Stati europei che finirono nelle cassaforti di Fort Knox. Subito dopo la fine della guerra gli USA iniziarono a dare all’Europa dei prestiti, questa volta a condizioni molto più rigide: con questi soldi si potevano comprare solo merci americane. Di conseguenza, mentre l’Europa guariva le ferite lasciate dalla guerra, l’America fece un balzo diventando leader economico, finanziario e tecnologico mondiale.

C’è da notare che già negli anni della Prima guerra mondiale Washington attuava una politica volta a fomentare il nazionalismo nello spazio eurasiatico. Nel progetto del Trattato di pace elaborato dal presidente americano Woodrow Wilson, che in seguito costituì la base del Trattato di Versailles, per la prima volta veniva apertamente formulato lo scopo della distruzione degli Stati (per esempio, dell’Impero Ottomano) mediante la loro divisione in piccoli Stati nazionali. Nella storia contemporanea gli USA hanno continuato a incoraggiare i movimenti separatisti e nazionalisti in URSS, Jugoslavia e Ucraina. Distruggere dall’interno gli Stati post-sovietici ed eurasiatici, cancellando così i propri, numerosi, debiti, questa tattica è seguita con coerenza da Washington anche oggi.

Obama vuole trascinare la Russia in una guerra

Il bersaglio principale è la Russia, l’unico Stato che ha sfidato apertamente la politica dell’attuale amministrazione americana. I tentativi di far esplodere la situazione dall’interno, con le mani dell’opposizione, sono falliti, pertanto adesso si sta cercando di agire sul perimetro della Russia.

Penso che dopo l’Ucraina toccherà alla Georgia, Armenia, Azerbaigian, Kazakhstan, Kirghizstan, Uzbekistan e Tagikistan. Tutti questi paesi potranno mettersi al riparo dalla distruttiva influenza americana soltanto se rinunciano completamente al nazionalismo politico e economico e daranno alle minoranze etniche (russe, armene, azere, ossete, abcase, tagike, uzbeke, kirghise) le garanzie del loro sviluppo culturale e nazionale; se nei paesi con presenza di grandi comunità russe alla lingua russa sarà riconosciuto lo status di lingua ufficiale o statale e la Russia sarà trattata come un alleato.

Le concessioni unilaterali non potranno salvare questi paesi dalla micidiale influenza di Washington. Le consessinoni non hanno salvato Yanukovich, perché anche nel passato, nei casi della necessità geopolitica, gli USA tradivano i loro più stretti alleati. Così è stato con Ngo Dinh Diem, Manuel Noriega, Ferdinand Marcos, Augusto Pinochet, e nell’immediato futuro le cose difficilmente potranno cambiare.

La voce della Russia



   

 

 

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