Diseguaglianze sociali “il vero male che corrode l’Italia”

poverta3 mag. – Sono le diseguaglianze sociali sempre piu’ marcate “il vero male che corrode l’Italia”. Ad affermarlo e’ il Censis, secondo cui “i dieci uomini piu’ ricchi del Paese dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme”. Non solo: poco meno di 2mila italiani “paperoni”, membri del club mondiale degli ultraricchi, dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi (escluso il valore degli immobili), cioe’ lo 0,003% della popolazione possiede una ricchezza pari a quella del 4,5% della popolazione totale.

I 10 uomini più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme.

Le distanze nella ricchezza sono cresciute nel tempo. Oggi, in piena crisi, il patrimonio di un dirigente e’ pari a 5,6 volte quello di un operaio, mentre era pari a circa 3 volte vent’anni fa. Il patrimonio di un libero professionista e’ pari a 4,5 volte quello di un operaio (4 volte vent’anni fa). Quello di un imprenditore e’ pari a oltre 3 volte quello di un operaio (2,9 volte vent’anni fa). Rispetto a dodici anni fa, i redditi familiari annui degli operai sono diminuiti, in termini reali, del 17,9%, quelli degli impiegati del 12%, quelli degli imprenditori del 3,7%, mentre i redditi dei dirigenti sono aumentati dell’1,5%. L’1% dei “top earner” (circa 414mila contribuenti italiani) si e’ diviso nel 2012 un reddito netto di oltre 42 miliardi di euro, con redditi netti individuali che volano mediamente sopra i 102mila euro, mentre il valore medio dei redditi netti dichiarati dai contribuenti italiani non raggiunge i 15mila euro. E la quota di reddito finita ai “top earner” e’ rimasta sostanzialmente stabile anche nella fase di crisi.

Negli anni della crisi (tra il 2006 e il 2012), i consumi familiari annui degli operai si sono ridotti, in termini reali, del 10,5%, quelli degli imprenditori del 5,9%, quelli degli impiegati del 4,5%, mentre i consumi dei dirigenti hanno registrato solo un -2,4%. “Distanze gia’ ampie che si allargano, dunque – rilevano i ricercatori del Censis – compattezza sociale che si sfarina, e alla corsa verso il ceto medio tipica degli anni ’80 e ’90 si e’ sostituita oggi una fuga in direzioni opposte, con tanti che vanno giu’ e solo pochi che riescono a salire. In questa situazione e’ alto il rischio di un ritorno al conflitto sociale”.

Le iniquita’ sociali non riguardano solo patrimoni e redditi, ci sono anche eventi della vita che generano diversita’. Come avere o non avere bambini: la nascita del primo figlio fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in poverta’ (nel primo caso il rischio riguarda l’11,6%, nel secondo caso il 13,1%). Ma la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il rischio di finire in poverta’ (20,6%) e la nascita del terzo figlio lo triplica (32,3%). Inoltre, avere figli raddoppia il rischio di finire indebitati per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli: il rischio riguarda il 15,7% nel primo caso, il 6,2% nel secondo caso. Anche la geografia ha il suo peso: il rischio di finire in poverta’ e’, per i residenti nel sud (33,3%), triplo rispetto a quelli del nord (10,7%) e doppio rispetto a quelli del centro (15,5%). Al sud (18%) i residenti hanno anche un rischio quasi doppio di finire indebitati rispetto al nord (10,4%) e di 5 punti percentuali piu’ alto rispetto a quelli del centro (13%).
(AGI) .



   

 

 

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