LUIGI EINAUDI: “I professori ritornino ad insegnare”

Editoriale di LUIGI EINAUDI: “I professori ritornino ad insegnare”

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13 apr – Quando parliamo di Luigi Einaudi, a Busto Arsizio si illuminano. Tante sono le ragioni. Qui lo vogliamo ricordare per una sua frase apparsa sul Corriere della Sera quando Einaudi era un “politico qualunque” e non ancora il Capo dello Stato. Ecco la reprimenda “A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme a qualche Ministro di avere la sapienza infusa nel loro cervello”.

All’epoca (1919) si era aperta la Conferenza di Pace, don Luigi Sturzo aveva appena fondato il Partito Popolare ed era appena iniziato il cosiddetto “biennio rosso” quasi subito conclusosi con la sconfitta delle Sinistre che ha aperto le porte al Fascismo. Capo del Governo era Vittorio Emanuele Orlando, al Tesoro, Bonaldo Stringher che aveva sostituito Francesco Saverio Nitti e alla Giustizia c’era Luigi Facta. Il futuro Capo dello Stato era imbufalito sul metodo di governo. Accusava l’Esecutivo di non mantenere le promesse. Di mettere troppi vincoli sulle Aziende. Di far perdere mercati importanti al nostro Paese, in virtù di “lacci e lacciuoli assurdi” che denotavano incapacità di gestione. Di accollare sempre nuovi oneri a un’industria che aveva bisogno di snellezza d’azione. E tutto questo con un solo scopo: mettere le mani su ogni ricchezza, impedendole di fatto di crearne di più.

Luigi Einaudi col suo Principe Mercante (Enrico Dell’Acqua) aveva insistito “i professori ritornino ad insegnare. I Consiglieri di Stato si limitino ai pareri. I militari pensino ai reggimenti e quando sono in età di pensione si prendano il meritato riposo”.

Per concludere con un “ognuno svolga un proprio mestiere” e “chi lavora è stanco di essere comandato dai burocrati e scribacchiatori di carte d’archivio”. Il grande economista non ce l’aveva con senatori come Benedetto Croce o Giustino Fortunato coi quali aveva firmato “il Manifesto degli intellettuali antifascisti” o con Giovanni Verga o il direttore dello stesso Corriere della Sera, Luigi Albertini. Einaudi ce l’aveva con “quel pezzo di mondo politico che nella scia della Prima Guerra Mondiale aveva costruito un sistema di potere e promosso il clientelismo”.

Gianluigi Marcora



   

 

 

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