Utero in affitto in India, assolta coppia di milanesi

uteri-in-affitto8 apr – Una coppia è stata assolta dall’accusa di alterazione di stato che gli veniva contestata per aver ottenuto la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un bimbo nato in India attraverso maternità surrogata. I due all’anagrafe si erano dichiarati genitori naturali. Nelle motivazioni della sentenza il gup di Milano, Gennaro Mastrangelo, fa riferimento all'”avanzamento della tecnologia” che rende la “definizione di maternità controversa”.
Utero in affitto in India, assolta coppia

I due, entrambi milanesi, lui 48 anni e lei “paziente oncologica” di 54 anni e sterile per le cure a cui si era sottoposta, nel dicembre del 2011 hanno deciso, come si legge nelle motivazioni, “di recarsi in India per procedere a fecondazione eterologa con materiale genetico donato dall’uomo e donazione anonima dell’ovocita”. In questo caso di cosiddetto utero in affitto “sono intervenute due donne anonime, l’una ha fornito l’ovulo da fecondare e l’altra ha portato avanti la gravidanza” e il bimbo è nato il 2 gennaio del 2012.

Condannati per dichiarazioni mendaci – La coppia, assolta dall’accusa per cui erano stati portati a processo con rito abbreviato, sono stati condannati a un anno e 4 mesi (pena sospesa) soltanto per dichiarazioni mendaci alle autorità italiane, ossia per aver dichiarato che la donna era madre del bimbo. Bimbo che, dunque, resterà figlio loro, anche perché il Tribunale per i Minorenni di Milano ha bloccato la procedura di adottabilità che era stata aperta in questo caso.

I due imputati, assistiti dall’avvocato Lamberto Rongo, erano accusati di alterazione di stato per aver richiesto, il 25 gennaio 2012, “la trascrizione dell’atto di nascita formato” a Mumbai prima al Consolato Generale d’Italia in India e poi all’ufficio di Stato Civile del Comune di Milano, ”trascrizione effettuata in data 27 febbraio 2012″, facendo risultare, dunque, la donna milanese come madre del bimbo “contrariamente al vero”. Da quest’accusa i due sono stati assolti, mentre il pm chiedeva per loro una condanna a 1 anno e 8 mesi.

Il giudice nelle complesse motivazioni, in cui ha dovuto ricostruire, tra le altre cose, anche la normativa indiana, sottolinea prima di tutto la “estrema incertezza giuridica circa la legittimità dei cosiddetti contratti di surrogazione (…) tutt’al più tollerati dall’ordinamento” indiano. Ma ciò che conta, chiarisce il gup, in relazione al reato contestato è “il momento della formazione dell’atto di nascita”. E gli imputati, scrive ancora, “pur consapevoli,secondo l’ordinamento italiano, della contrarietà alla realtà materiale dello stato di filiazione ‘a latere matris’, hanno approfittato dello stato della ‘normazione’ locale indiana che lasciava ampio spazio all’autonomia privata”.

Il gup, inoltre, nelle motivazioni chiarisce che “con l’avanzamento della tecnologia si è assistito all’avveramento della profezia di quel giurista inglese che, nella seconda metà dell’800, delineando le linee evolutive del diritto, coniò la famosa espressione ‘from status to contract'”. Anche il diritto di famiglia, si legge ancora, “è stato investito dalla dissociazione tra il dato naturale della procreazione e la contrattualizzazione delle forme di procreazione, quest’ultimo fenomeno variamente normato dai sistemi giuridici nazionali”. Di fronte a questo stato di cose, spiega il giudice, ”la stessa definizione della maternità è ormai controversa”.



   

 

 

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