Gruppo dell’Ingegnere (Espresso e Repubblica) sull’orlo del crack: oltre 1,8 mld di debiti

La notizia circola in serata nelle maggiori banche europee e di Wall Street: e’ arrivata la richiesta del rimborso anticipato del bond CIR (holding De Benedetti), a seguito delle inadempienze sul debito della controllata Sorgenia. Il bond Cir da rimborsare nel 2024 ha infatti una clausola di cross default: se una controllata non ottempera ai doveri finanziari (come rischia di fare Sorgenia), gli obbligazionisti possono chiedere il rimborso anticipato dei 260 milioni.

debenedetti

13 mar –  – Le banche creditrici di Sorgenia sono irritatissime dopo che il cda della società energetica del gruppo Cir ha deliberato un aumento di capitale di soli 190 milioni. La cifra, considerando il disimpegno dell’austriaca Verbund, corrisponde ai 100 milioni che la holding dei De Benedetti si era già da tempo impegnata a versare.

Una mossa che smentisce quelle timide aperture di Cir che alcuni dei partecipanti al vertice di lunedì scorso avevano colto. Senza un impegno minimo di almeno 150 milioni, i creditori non sono disponibili a convertire 300 milioni dei 600 di extradebito di Sorgenia in capitale.

La cassa sta per esaurirsi e il rischio che la situazione precipiti è concreto. Nella nuova riunione di settimana prossima (anche se i contatti sono pressoché quotidiani) le banche ricorderanno che, in mancanza dei 150 milioni, potrebbe venire meno pure la loro disponibilità, ancorché le procedure concorsuali equivarrebbero a una pietra tombale sui crediti in sofferenza.

Occorre, tuttavia, tenere presente che l’ostinazione del presidente Rodolfo De Benedetti e dell’ad Monica Mondardini non è di per sé immotivata. Il gruppo Cir ha in cassa circa 350 milioni rivenienti in massima parte dalla sanzione irrogata a Fininvest sul Lodo Mondadori. Di questa somma, circa 260 milioni sono fattualmente vincolati al rimborso anticipato del bond Cir 2024 che prevede una clausola di cross default nel caso una controllata non ottemperi ai debiti finanziari ed è il caso di Sorgenia.

Né il Trustee (gestore) né gli obbligazionisti hanno preso una decisione definitiva, ma la probabilità che i sottoscrittori chiedano indietro il capitale è elevata. Ecco perché quei 100 milioni rappresentano un «tabù»: una maggiore ricapitalizzazione di Sorgenia potrebbe indebolire la controllante cui mancheranno anche i dividendi di Sogefi (automotive) ed Espresso (editoria).

Le banche, inoltre, non possono contentarsi del celere avvio del piano di dismissioni predisposto dall’ad di Sorgenia, Andrea Mangoni. Il fotovoltaico (5 Megawatt) è in via di cessione al fondo americano Contour Global per una cifra compresa tra 20 e 30 milioni, mentre il 75% della controllata Menowatt è stato venduto al management per un milione. Non sono certo queste le manovre che potranno cambiare il corso degli eventi.

E gli istituti di credito lo sanno benissimo. Da una parte i player del settore (A2a, Iren, Hera e Acea) hanno dichiarato di non avere interesse per le centrali a ciclo combinato, mentre dall’altra parte i francesi di Gdf-Suez, soci di maggioranza di Tirreno Power (39% Sorgenia), stanno lavorando a una soluzione per i 750 milioni di debiti della controllata, il cui riscadenziamento è già stato ottenuto.

Non è da questo versante che le trattative potranno sbloccarsi. Insomma, i margini di manovra per i De Benedetti sono molto limitati, anche se la spada di Damocle degli oltre 1,8 miliardi di debiti (600 milioni dei quali in capo alla sola Mps) pende pure sulle banche. (copyright Gian Maria De Francesco – “il Giornale”)



   

 

 

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