Ilva: accusa di concussione aggravata per Nichi Vendola

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Taranto, 6 mar. – C’e’ l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale che coinvolge i Riva, Emilio e i figli Nicola e Fabio, e l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, ma anche quella di concussione aggravata che riguarda il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, leader di Sel, per quelle che la Procura ritiene essere state illecite pressioni sui vertici dell’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione ambientale.

E ancora: c’e’ l’accusa verso l’ex direttore Adolfo Buffo di aver omesso le misure di sicurezza necessarie alla protezione dei lavoratori, causando la morte di due operai a ottobre e novembre 2012, Claudio Marsella e Francesco Zaccaria, ma anche il favoreggiamento verso il governatore Vendola. Accusa, quest’ultima, che coinvolge l’attuale assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, eletto nelle file dell’Idv, il deputato di Sel, Nicola Fratoianni, all’epoca dei fatti assessore regionale, il consigliere regionale del Pd, Donato Pentassuglia, attuale presidente della commissione Ambiente, e diversi tra ex e attuali dirigenti regionali, tra cui il capo di gabinetto di Vendola, Davide Pellegrino.

Diverse, infine, le accuse – dall’associazione a delinquere alla concussione che coinvolgono Girolamo Archina’, l’ex consulente dell’Ilva licenziato ad agosto 2012 e poi arrestato a novembre 2012 nella seconda tranche dell’inchiesta. Uno dei personaggi chiave dell’indagine, la “longa manus” dei Riva nella politica, nei sindacato e nella pubblica amministrazione secondo i magistrati; “il maestro degli insabbiamenti” secondo una definizione che uno dei Riva dá dello stesso Archiná innuna conversazione telefonica finita nelle intercettazioni. Su Emilio, Nicola e Fabio Riva, proprietari dell’Ilva, gli ex direttori Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, tutti fiduciari di Riva (il cosiddetto governo ombra della fabbrica) arrestati nello scorso settembre, nonche’ su Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alo’, tutti responsabili di area nello stabilimento, nonche’ per l’ex consulente Girolamo Archiná e il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, ecco cosa scrive la Procura: “In concorso tra loro nella gestione dell’Ilva di Taranto operavano e non impedivano con continuitá e piena consapevolezza una massiva attivitá di sversamento nell’aria-ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale, diffondendo tali sostanze nelle aree interne allo stabilimento, nonche’ rurali ed urbane circostanti lo stesso, in particolare Ipa, benzoapirene, diossine, metalli ed altre polveri nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino al siderurgico e cio’ anche in epoca successiva al provvedimento di sequestro preventivo di tutta l’area a caldo”, avvenuta il 26 luglio del 2012.

A Vendola, invece, accusato di concussione aggravata, la Procura contesta il fatto che a fronte di una relazione dell’Arpa del 2009 che aveva evidenziato “valori estremamente elevati di benzoapirene” e quindi “l’esigenza di procedere ad una riduzione e rimodulazione del ciclo produttivo del siderurgico di Taranto”, lo stesso governatore si e’ invece mosso per “ammorbidire la posizione di Arpa Puglia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’impianto siderurgico dell’Ilva e a dare quindi utilitá a quest’ultima, consistente nella possibilita’ di proseguire l’attivita’ produttiva ai massimi livelli, senza percio’ dover subire le auspicate riduzioni o rimodulazioni”.

Al sindaco di Taranto, Ezio Stefáno, vicino al governatore Vendola ma non iscritto a Sel, la Procura contesta l’omissione di atti d’ufficio perche’ “nello svolgimento delle sue funzioni, avendo piena conoscenza delle criticita’ ambientali relative allo stabilimento Ilva di Taranto, tanto da presentare il 24 maggio 2010 denuncia presso la locale Procura della Repubblica, evidenziando un’allarmante situazione connessa alla produzione dello stabilimento, ometteva di adottare provvedimento contingibile ed urgente al fine di prevenire e di eliminare i gravi pericoli, procurando cosi’ intenzionalmente alla famiglia Riva e alla societa’ Ilva un ingiusto vantaggio patrimoniale di rilevante gravita’”.

Chiesto infine il processo anche per Gianni Florido, ex presidente della Provincia di Taranto (Pd), dimessosi a metá maggio a seguito dell’arresto in carcere. Florido con altri, tra cui l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva, e’ accusato di aver fatto “pressioni reiterate nel tempo” sui dirigenti dell’assessorato all’Ambiente dell’ente perche’ assumessero “un atteggiamento di generale favore nei confronti dell’Ilva in riferimento a richieste da questa presentate per autorizzazioni in materia ambientale”. Tali pressioni, per i giudici, erano accompagnate “da minacce di licenziamento, dall’invito a presentare le dimissioni, da minacce di trasferimento ad altro incarico oltreche’ da pretestuose riorganizzazioni dell’ufficio finalizzate ad influire sui poteri del dirigente”. Il caso oggetto di indagine e’ la discarica per rifiuti Mater Gratiae, nell’area di Statte (Taranto) e di proprieta’ Ilva, che ad ottobre scorso il Parlamento ha poi definitivamente autorizzato con una legge.
(AGI) .



   

 

 

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