Magistratura politicizzata, divisa in correnti che si spartiscono il potere giudiziario

toghe6 genn – In Italia i magistrati devono indagare su tutti i fatti che potrebbero essere reati, su ogni denuncia. Lo dice la Costituzione. Basta una lettera anonima per far scattare le indagini. La conseguenza negativa per il cittadino comune è che l’obbligo dell’azione penale, nei fatti, si traduce in una montagna di archiviazioni preventive per i crimini più diffusi. Non c’è alcuna regola che indichi le priorità dei reati, tutto dipende dalle scelte del singolo pm.
Del fallimento dell’obbligatorietà dell’azione penale ne ha parlato Nicola Cerrato, sostituto Procuratore a Milano, all’incontro Giustizia? Esperienze a confronto per una riforma organizzato da Tempi e Panorama.

LE STATISTICHE. «Per il funzionamento della giustizia penale, l’Italia non spende meno degli altri paesi europei», ha ricordato Cerrato. E allora perché a differenza di Francia, Germania o Svizzera non funziona? Basta controllare le statistiche per ottenere una «radiografia» del problema: a Milano, dove la giustizia funziona relativamente meglio rispetto a molte parti di Italia, «nel 2012 ci sono stati 125 mila procedimenti penali, la metà dei quali sono stati archiviati. La maggior parte dei procedimenti riguardava i furti, che nel 95 per cento dei casi sono stati avviati contro ignoti», non giungendo alla condanna del colpevole. «Nei 30 mila procedimenti giudiziari (cioè meno di uno su quattro) che sono andati a giudizio, il 40 per cento degli imputati viene assolto».

DISCREZIONALITÀ DEL PM. Da ciò si deduce, per Cerrato, che «la macchina giudiziaria gira a vuoto» e lo fa «perché è impegnata a sproposito per innumerevoli notizie di reato» sulle quali si indaga «soltanto perché c’è l’obbligatorietà dell’azione penale». «Non si vuole abolirla? Allora si deve modificare il sistema delle previsioni penali, cioè depenalizzare», ha continuato Cerrato, anche se ritiene che questa non può essere una soluzione.
«A volte inorridisco per la discrezionalità di alcuni miei colleghi, ci sono tipologie di reato che non vengono trattate, per esempio le truffe e le appropriazioni indebite». «A questa discrezionalità dei pm – continua – è preferibile quella politica del Parlamento, del Consiglio Superiore della Magistratura, del procuratore Generale, di qualcuno che dica: “Quest’anno si trattano prioritariamente queste notizie di reato”».

IL CANCRO DELLE CORRENTI. Come se non bastasse, la magistratura è politicizzata e divisa in correnti che si spartiscono il potere giudiziario. Chi lo nega, va contro l’evidenza. Non solo, stando a Cerrato le sentenze potrebbero essere pilotate per mantenere gli equilibri delle fazioni. «Il cancro delle correnti della magistratura non si limita alla nomina dei capi degli uffici giudiziari», ha denunciato, «ma come l’acqua si insinua dappertutto: nelle nomine anche meno importanti, nei segretari del consiglio giudiziario, nei referenti informatici, nei referenti per la formazione e, fatto inquietante, anche forse a livello di giudizi e di decisioni».
Possibile che non si possa fare nulla per riformare? Da capo dell’amministrazione penitenziaria fra il 2001 e il 2006, Cerrato cercò di far misurare l’efficienza dei magistrati «per evitare che alcuni percorressero la loro carriera senza valutazioni di merito e soltanto per appartenenza correntizia». Il risultato? Una bocciatura. «Un collega della corte dei Conti ci avviò un’azione contabile e poi siamo stati accusati penalmente per abuso d’ufficio». Ecco ciò che accade in Italia, secondo un sostituto Procuratore di Milano, «quando si tentano di fare riforme della giustizia».

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