Ecco come le banche prenderanno anche gli ultimi spiccioli degli italiani

risparmi11 NOV – il credito alle imprese non riparte. Gira e rigira, i numeri dicono che le banche continuano a fare meno prestiti a Pmi e famiglie, anche perché sono alle prese con criteri più restrittivi di capitalizzazione imposti a livello europeo, hanno utilizzato per l’80% i 255 miliardi presi in prestito dalla BCE all’1% per acquistare BoT e BTp, mentre le sofferenze sono esplose a 140 miliardi di euro.

In sostanza, i crediti di dubbia esigibilità in pancia agli istituti, sommati alla necessità di rimpinguare il capitale, stanno frenando l’erogazione di nuovi prestiti. E allora, il governo cerca da mesi una soluzione per agevolare il credito, anche se il tavolo informale a tre con Abi e Confindustria non ha ancora prodotto alcun risultato, se non il miserrimo sostegno ai mutui, tramite la Cdp per 2 miliardi di euro. Vedremo gli effetti nei prossimi mesi, ma non pare che ci siano state scene di giubilo tra le giovani coppie alla notizia.

Un fondo di garanzia dello Stato a tutela dei prestiti

Prendono corpo, invece, due schemi per imprimere una svolta al settore creditizio. Le banche non possono concedere prestiti, perché non possono più rischiare? Ecco, allora, che interviene lo stato con la Cdp, creando un fondo di garanzia per coprire i rischi derivanti dall’erogazione dei nuovi prestiti.

Uno schema alternativo, ma ancora più rischioso, consiste nella cartolarizzazione dei crediti bancari dubbi alla Cdp. In sostanza, quest’ultima si compra i prestiti che le banche non riescono a riscuotere e che sono già scaduti e gli istituti, essendosi liberati di parte delle sofferenze, potrebbero erogare nuovi prestiti a famiglie e imprese.

Tuttavia, nel primo caso, lo stato, che controlla con il Tesoro la Cdp, dovrebbe farsi garante con il suo patrimonio del credito privato, con il risultato che eventuali sofferenze sarebbero coperte da esso. In ogni caso, le garanzie apprestate dallo stato farebbero crescere formalmente lo stock di debito pubblico, essendo esposizioni, anche se le cifre in ballo sarebbero alquanto modeste e non tali da creare contraccolpi seri sui conti pubblici.

Nel secondo caso, il rischio è ancora più palese e diretto. Nei fatti, si tratterebbe di un’operazione di factoring, per la quale lo stato acquisirebbe i crediti altrui, monetizzando subito in favore delle banche e probabilmente al 100% del loro valore nominale. Ma questo equivarrebbe ad accollarsi sin dall’inizio le sofferenze derivanti da tali crediti, diversamente di quanto accade nel factoring tra privati, dove chi compra il credito applica un prezzo di sconto, per tutelarsi dal rischio. Né si potrebbe fare altrimenti, nel caso in esame, perché se la Cdp facesse pagare alle banche il rischio derivante dall’acquisizione dei crediti, queste dovrebbero riportare a bilancio le perdite, senza ottenere quel beneficio contabile per la quale sarebbe svolta l’operazione.

Per farla breve, prima di gioire per come lo stato risolleverà le sorti del credito italiano, pensiamo che saremo noi con i soldi delle nostre tasse a finanziare le banche, affinché ci prestino denaro.

 

di Giuseppe Timpone PER INVESTIREOGGI


   

 

 

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