Dal ’68 agli indignados, 35 anni di “movimenti”

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Indignados

Pino Casamassima
Movimenti. Dagli indiani metropolitani agli indignati
Casa editrice Sperling & Kupfer

Tracciare la linea che unisce i “movimenti” di contestazione, dagli anni Settanta ai giorni nostri, è come raccontare la storia politica e sociale d’Italia. Se fino a oggi si contavano innumerevoli pubblicazioni su specifici gruppi e organizzazioni, mai c’è stato un testo che ambisse a racchiuderli tutti. Pino Casamassima, grande esperto del passato recente del nostro Paese, ha raccolto questa sfida.
Movimenti attraversa il post Settantasette, gli anni Ottanta del disimpegno, i Novanta delle nuove identità, fino agli anni Zero, dominati dalla globalizzazione perfino della protesta. Dagli Indiani metropolitani agli Indignati, passando per paninari e yuppies, punk e No global, fino ai girotondini e alle contestazioni studentesche, dalla Pantera all’Onda: un puzzle composito, analizzato in modo approfondito e raccontato con vivacità e coinvolgimento. Eterogenei, a volte contraddittori, effimeri o duraturi, armati o pacifici, ma con un punto in comune: i movimenti, dice l’autore, sono come una molla, che rilascia con violenza la propria forza propulsiva e che a un certo punto rientra, ma mai del tutto, lasciando una traccia -o un graffio- nella nostra storia.


INTERVISTA A PINO CASAMASSIMA, MARTEDI’ 5 NOVEMBRE 2013 (a cura di Luca Balduzzi)

Qual è il filo rosso che lega la storia dei movimenti di contestazione fra gli Anni Settanta e i giorni nostri?
Non c’è nulla che li accomuna, anche se si è portati a cercare sempre qualcosa che unisca i movimenti contestativi per il solo fatto di essere antagonisti al potere. Ogni movimento nasce da un bisogno preciso e si sviluppa con dinamiche, forme e contenuti assolutamente autonomi e indipendenti sia da quelli che li hanno preceduti che quelli che li seguiranno, col vantaggio per ogni movimento di tesaurizzare le esperienze precedentemente fatte da movimenti analoghi: i diversi movimenti studenteschi che si sono succeduti, ad esempio, hanno avuto tutti una propria identità e una propria storia, non sovrapponibile -se non pretestuosamente- a nessun altra.
Il tentativo, in questo senso, di trovare fili conduttori fra il movimento del 68 e quello del 77 è antistorico oltre che pretestuoso e riconoscibilmente funzionale a una determinata tesi. I caratteri borghesi che caratterizzano il movimento del 68 sono irrintracciabili in quello del 77, le cui peculiarità sono proletarie e perfino sottoproletarie. Se poi pensiamo al movimento dell’Onda, ci accorgiamo di come si tratti di un pianeta la cui orbita è lontana anni luce da quella del 68 o del 77 o dei Ragazzi dell’85 o della Pantera.

In che senso il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro fa da spartiacque fra due modi differenti di intendere e di fare contestazione?
Nel mio libro sostengo una tesi che mi trova in buona compagnia -condivisa com’è da altri storici, quali ad esempio Guido Crainz-: la fine della Prima Repubblica il 9 maggio 1978. Una data storica non perché sia stata inopinatamente scelta come giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi (più storicamente corretto sarebbe stato identificarla nel 12 dicembre, giorno della strage di piazza Fontana nonché incipit della cosiddetta strategia della tensione, equamente distribuita fra destra stragista ed eversiva e sinistra lottarmatista e terroristica), ma perché da quel momento, con la morte di Moro, cambiarono gli scenari politici italiani interni e internazionali.
Il partito socialista, che stava per essere stritolato dal compromesso storico, iniziò proprio da quel momento quella scalata al potere che si concretizzerà con la “irresistibile” ascesa di Craxi, fino a diventare il faraone (come lo chiamerà De Gregori in una canzone) della nuova Italia “da bere”. Il cambiamento della società, che passa dall’idea collettiva all’idea individuale, si nutre di una filosofia che ha nell’edonismo la sua cifra culturale. La contestazione è consegnata a un mondo che puzza ormai di naftalina, come i pantaloni a zampa d’elefante, i capelli lunghi, le sciarpe rosse, le gonne colorate, i maglioni slabbrati, la Dyane 2CV e la “compagna” R4 (non a caso…).
Le stesse arti subiscono una rivoluzione che coinvolge pesantemente quella musica che per tutto il decennio precedente era stata la colonna sonora di praterie giovanili “in movimento”. Di quale movimento può mai esserlo dopo la marcia dei 40mila di Torino? O dopo i nuovi eroi cinematografici che hanno nel machismo di Stallone l’icona del nuovo tempo? E allora, Vamos a la playa! Ovviamente, ognuno per proprio conto, con un panino e una coca cola. Gli sconfitti, gli irriducibili del tempo dell’impegno, saranno schiacciati dal terrorismo e dall’eroina. O dalla solitudine dietro una scrivania.

Quanto sono cambiate le modalità della contestazione fra gli anni che hanno seguito il “miracolo economico” e quelli attuali di crisi profonda?
È come paragonare le provocazioni di Pasolini (che non è stato un idolo per nessuno della mia generazione, anzi…) a quelle di Sgarbi. Tanto era pacato nel pensiero e nell’espressione Pasolini, tanto è volgare quell’altro per conquistare un posto al sole di Blob o di Striscia. L’Italia in cui si verificò l’incubazione della contestazione “globale” che attraversò tutto il decennio, era un paese il cui Pil correva su numeri a due cifre che manco i cinesi di oggi. La contestazione degli anni sessanta fu essenzialmente sociale: alla grande sconfitta politica del 68 corrispose infatti la grande vittoria sul piano sociale in tutti gli ambiti, a cominciare dalla famiglia per finire con la fabbrica passando per la scuola e lo sviluppo del movimento delle donne, che nel decennio successivo riuscirà a ottenere conquiste destinate a essere istituzionalizzate quali il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’ospedalizzazione dell’aborto. I giovani degli anni 60 erano seguaci di Hegel non di Feurbach: si muovevano camminando sulla testa, non sullo stomaco come i loro fratelli minori, a cominciare da quelli del 77, per non parlare di quelli di oggi, i cui movimenti hanno la loro filigrana -sempre- in obiettivi specifici riguardanti la qualità della vita essenzialmente in campo economico ed ambientale.
«L’ultima cosa di cui ci preoccupavamo durante il nostro percorso universitario -mi ha raccontato in proposito Franco Piperno, leader prima del 68 e poi del 77- era di trovare un lavoro dopo la laurea. Non avevamo che l’imbarazzo della scelta per le tante offerte che ricevevamo». Quale leader dei movimenti di oggi potrebbe mai fare una dichiarazione del genere? In buona sostanza, per rispondere alla sua domanda basterebbe dire che i bisogni che muovevano i movimenti degli anni Sessanta erano d’ordine sociale, quelle dei movimenti da dopo Seattle in avanti, d’ordine economico.
In quegli anni, gli anni Sessanta e Settanta, la povertà era un mostro che la collettività voleva sconfiggere; oggi la povertà è una colpa individuale: come spiega bene Viviane Forrester nel suo lucido saggio L’orrore economico, «bisogna “meritare di vivere”, laddove il merito sta nella capacità di produrre e creare reddito». La cifra umana passa quindi per la sua potenzialità economica: quando si parla di razzismo, lo si deve ricondurre nella sua dimensione economica, non culturale. I deliri neonazisti e leghisti sono appunti tali -deliri risibili-. Un arabo che nel triangolo della moda di Milano spende in una mattina centomila euro in marchi di prestigio non è percepito alla stregua di un arabo che in una stazione della metro propone borse con quegli stessi marchi contraffatti. Il primo è una risorsa, il secondo un pericolo.

E fra gli anni del volantinaggio e della televisione e quelli di internet e dei social network?
Fino all’esplosione del web, il volantinaggio, i manifesti murari, le radio e anche la stessa tv erano mezzi: supporti “tecnici” di cui servirsi per la propaganda e la controinformazione. La rete ha stravolto tutto, facendo diventare il mezzo (supporto) messaggio e sostanza: basta pensare al popolo viola o, peggio, al M5S. Dico “peggio” perché se il movimento del popolo viola ha utilizzato il web per aggregarsi -momentaneamente e contingentamente su contenuti specifici, Grillo e Casaleggio hanno fatto coincidere il web con il movimento stesso per assemblare alla fine un vero e proprio partito, poi sbarcato in parlamento con tanto di delega: come qualsiasi partito, rispondendo cioè a quella logica ottocentesca che i grillini dicono di voler distruggere.
Il discorso di Facebook è ancora più mistificatorio perché sovrappone il virtuale al reale. Con fb sono nate aggregazioni politiche poi sbarcate nei consigli comunali, nei consigli di zona, senza avere la benché visione politica d’insieme e quindi destinati non solo alla sconfitta ma alla dissolvenza. In quella che Debord chiama «la società dello spettacolo», l’attrezzatura culturale è quanto mai necessaria per riuscire a districarsi fra falsi messaggi, falsi profeti, false comunicazioni.
Questo non significa demonizzare “il mezzo” in questione (la rete, i social network), ma riconoscerne le peculiarità e le mistificazioni. Con l’eclissi delle ideologie (ma, a proposito, è davvero così? Qualche dubbio lo avanzerei, in altro contesto comunque) e la fine della storia (ma, anche qui, non sono sicuro che Fukuyama abbia ragione) è quanto mai necessario essere in grado di distinguere fra forma e contenuto: che, in questo caso, non coincidono.

Che cosa ha determinato, per alcuni fra questi movimenti, la possibilità di rivelarsi più concreti e/o duraturi rispetto ad altri? Che ruolo ha giocato in questo l’esposizione mediatica?
Posto che la concretezza o meno di un movimento non è valutabile dall’esterno di quel movimento stesso, perché altrimenti, quel movimento non sarebbe nemmeno nato, un esempio clamoroso di movimento che potremmo definire a intermittenza mediatica è quello dei Papa-boys: giovani che nella misura di milioni convergono nella location stabilita per ospitare “La Giornata mondiale della gioventù”. Al termine di questo evento, quel “movimento” si dissolve, per rientrare nei ranghi delle proprie parrocchie, le proprie associazioni. La televisione crea quindi un movimento ad ogni chiamata papalina. Un movimento che nella realtà non esiste. È virtuale, come i pixel che compone quella gigantografia colorata che risponde al nome di giovani cattolici impegnati: una categoria che in Italia è riuscita ad andare al potere partendo dalla parole di don Giussani, il papà di Comunione e Liberazione.
La durata o meno dei movimenti è speculare agli obiettivi prefissatisi: il movimento dei proletari in divisa degli anni Settanta favorito da Lotta continua si dissolse quando passò la legge sull’obiezione di coscienza, mentre nelle caserme si cominciò a respirare un’aria non più contaminata da tradizioni fasciste o parafasciste. Il movimento No Tav continua ad esistere e si muove con la stessa determinazione del suo esordio per impedire che in Val di Susa si scavi una buca di devastazione per le genti del luogo. I tentativi di criminalizzazione, denunciando risibili infiltrazioni terroristiche, hanno presa presso alcune frange più sguarnite culturalmente dell’opinione pubblica proprio grazie a una televisione che fa da megafono ineguagliabile. Dei black block si ha una visione ottusa e non corrispondente alla verità, anzi, si pensa addirittura che si tratti di un vero e proprio movimento, con tanto di organizzazione: meglio dire, una “rete internazionale” -come ai tempi dell’Hyperion delle Brigate rosse, insomma. Perché nessuno ha mai sottolineato il fatto cronachistico ancor prima che storico che mai -mai- i black block hanno provocato la morte di un loro “antagonista”? Nessun poliziotto, nessun carabiniere, nessun manager o direttore di banca è morto per mano dei black block. È avvenuto invece il contrario, come sappiamo bene per i fatti di piazza Alimonda a Genova che dopo i giorni neri (in tutti i sensi) del luglio 2001 qualcuno ha voluto ribattezzare con un pennarello rosso Piazza Carlo Giuliani, ragazzo.
Il mezzo mediatico è quindi non una componente dell’informazione, ma la componente: l’unica in grado di creare consenso e dissenso. E perfino di creare un partito nel giro di pochi mesi, come avvenne un ventennio fa con Forza Italia. «Quando sentii Berlusconi dire che la televisione non contava nulla nel suo successo elettorale -mi raccontò Luciano Ligabue mentre realizzavamo un libro- mi dissi che una cosa così non si poteva proprio lasciar passare. Non avevo una musica pronta, ma un testo già tutto scritto nella testa e allora usai una canzone dei Rem. Nacque così A che ora è la fine del mondo?.

Un movimento può esistere anche senza un leader?
Se vogliamo apparire politically correct dobbiamo dire che sì, che può esistere. Se invece vogliamo essere onesti con noi stessi dobbiamo riconoscere che no, che non può esistere. O, per meglio dire, può nascere e svilupparsi, ma è destinato a una veloce scomparsa per oggettiva mancanza di carisma. Un elemento contraddistinguente che non può riguardare l’intero movimento, ma solo in alcune figure che lo rappresentano. Attenzione però a non confondere il cesarismo con il leaderismo.
Nel primo caso abbiamo Berlusconi, che più che il leader di un movimento politico è il suo creatore, padrone e signore. Il suo Cesare incontrastato e incontrastabile, come dimostrano le pietose diatribe interne al Pdl per la conquista di una leadership impossibile da conquistare se non alla morte del Cesare di Arcore. Si è arrivati perfino a ipotizzare una successione dinastica, prima con la donna in carriera Marina, poi con la filosofa Barbara. Ma le sventurate -contrariamente alla nota monaca di quelle parti- hanno risposto di no. Perché, oltre che per tutte le altre innumerevoli ragioni, i movimenti del 68 e del 77 sono i più ricordati? Perché hanno espresso leadership forti, con personaggi che hanno segnato il loro tempo e quello futuro.
Mutatis mutandis, l’M5S -che, ripeto, movimento non è- è appiattito sulla figura di Grillo: una figura mezzana fra il cesarismo berlusconiano e le leadership dei vari Capanna, Viale, Cacciari, Negri, Piperno, Scalzone, Bifo, ecc. delle stagioni contestative passate (e, direi, mitizzate, anche se questo meriterebbe tutto un altro discorso: capace di separare il mito dalla realtà).

Perché per alcuni movimenti il ricorso alla violenza sembra essere una caratteristica imprescindibile della contestazione?
Quello della violenza è un tema “antico”. Potremmo dire che la violenza è il megafono della contestazione: la sua assenza oscura l’avvenimento stesso. Lo fa scivolare nelle pagine della cronaca cittadina dei giornali e nelle code dei tg regionali. Nel mio libro sui movimenti, ho accennato a come, all’insorgere di effervescenze giovanili sconosciute e incontrollabili, per non cambiare –gattopardescamente- la società era talmente cambiata da giustificare una rapida -e drammatica- fermata all’escalation rivendicativa, prima degli studenti, poi degli operai.
Fu così che la Storia scoppiò in piazza Fontana. Così, quella società, potette conservarsi, concedendo modifiche sul piano sociale, soprattutto su quello del costume, ma conservando intatto il suo impianto economico e politico. Dopo quello del ‘77, si sarebbero succeduti altri movimenti, anche di un certo rilievo, ma pressoché invisibili sul piano mediatico. Perché monchi dell’elemento fondamentale della violenza. Quell’agire fisico contro qualcosa, contro qualcuno, che già nel 1947 Sartre aveva indicato come «una sconfitta, in qualunque forma si presenti», riconoscendolo però due righe dopo come «inevitabile, perché il nostro tempo, il 900, è un universo di violenza». Proprio il declino della violenza come metodo di lotta -come espressione, generò movimenti dalle fattezze debolissime in contesti affollati e oscuri per le tante nuvole che negli anni ottanta impediranno ai (pochi) raggi contestativi di scaldare una prateria ormai arida. La siccità culturale aveva prosciugato ogni forma di antagonismo che non fosse quella non-politica del partito armato.
Di un intero decennio, quello degli anni Ottanta, il movimento dei ragazzi dell’85 si perde nella notte di un tempo recintato in un Drive-In televisivo. Gli anni Novanta sono la loro naturale estensione, con l’azzeramento di ogni contestazione studentesca, fatta salva quella -breve- della “Pantera”. Per trovare nuovi movimenti che abbiano un riscontro nell’opinione pubblica, non che esistano (ché ne sono esistiti diversi), ma che la loro esistenza sia resa pubblica, dovremo aspettare il citato Global Forum di Genova del 2001: sarà infatti la violenza che segnerà quell’evento. Senza violenza, senza quei due giorni di guerra, con cassonetti bruciati, vetrine infrante, auto date alle fiamme, camionette della polizia distrutte, il movimento contestativo che rimetteva in discussione il modello di sviluppo capitalistico post-guerra fredda sarebbe scivolato addosso a telespettatori distratti da quiz televisivi come gocce di sudore del caldo mese di luglio.

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