UE: procedura contro l’Italia per ritardi rimborsi Iva alle imprese

iva24 sett – La Commissione europea ha deciso di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a causa dei tempi troppo lunghi con cui vengono erogati i rimborsi Iva alle imprese. Secondo quanto appreso dall’ANSA, la decisione sarà formalizzata nella riunione dell’esecutivo comunitario di mercoledì prossimo e resa nota il giorno seguente.

La proposta di messa in mora dell’Italia – primo passo della procedura d’infrazione – è stata preparata dai servizi del commissario Ue responsabile per la fiscalità, Algirdas Semeta, alla luce di un sistema, come appunto quello vigente in Italia, che violerebbe diverse disposizioni fissate dalla direttiva europea 112 del 2006. E che avrebbe anche il difetto di non osservare il principio della cosiddetta ‘neutralità fiscale’.

Spingendo di fatto i contribuenti a cercare tutte le strade possibili per non pagare l’Iva, con gli immaginabili effetti negativi sull’andamento del gettito fiscale.

“Anche quando le imprese vantano un diritto incontestabile ad ottenere il rimborso dell’Iva già pagata – spiegano fonti della Commissione – l’operazione avviene generalmente, nella migliore delle ipotesi, solo due anni dopo la presentazione della relativa domanda. E spesso il pagamento slitta ulteriormente a causa della mancanza di fondi in tesoreria”.

Bruxelles osserva poi che anche il termine massimo di quattro anni fissato dall’amministrazione italiana per effettuare i rimborsi appare, come ha già avuto modo di stabilire la giurisprudenza della Corte di giustizia Ue, “irragionevolmente eccessivo”. Ma ad attirare le critiche di Bruxelles non sono solo i tempi troppo lunghi della burocrazia (che comunque sono annoverati tra le cause dei fallimenti).

Semeta punta il dito anche contro le modalità di accesso alla ‘corsia preferenziale‘ che nei casi eccezionali previsti dalla legge può essere imboccata per ottenere i rimborsi entro tre mesi. Oltre a dover dimostrare di essere una contribuente virtuosa, l’impresa interessata deve infatti anche certificare di essere attiva da almeno cinque anni. Una clausola che, sottolineano ancora fonti europee, “crea una discriminazione a tutto discapito delle start up contraria al diritto comunitario”.



   

 

 

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