“Glass-Steagall: altri banchieri sulla via di Damasco”

GLASS STEAGALL ACT imagesCAWEM6S1Il 9 settembre 2013 è un giorno che verrà ricordato perché si sono registrati due avvenimenti molto importanti in favore della Glass-Steagall e, qualche giorno dopo, l’agenzia settimanale EIR sul n. 38 dà risalto a tale notizia con due servizi, “Il voto del Parlamento svizzero per la separazione bancaria è un potente messaggio politico per il mondo intero” e “Glass-Steagall: altri banchieri sulla via di Damasco”.

Lunedì 9 settembre, come appunto scrive l’Eir, il Consiglio Nazionale, camera bassa del Parlamento svizzero, ha votato con una maggioranza di 3 a 2 tre differenti mozioni richiedenti l’adozione di un sistema di netta separazione tra banche, secondo i criteri della legge Glass-Steagall. La Svizzera è uno dei centri finanziari più importanti al mondo e se sarà rispettata la volontà del Parlamento le massime banche del Paese, UBS e Crédit Suisse, saranno scorporate, con il ritiro delle garanzie agli investimenti speculativi.

Data la rilevanza sistemica delle due banche  – osserva l’EIR – le implicazioni per il sistema finanziario internazionale sono ovvie. Nonostante l’importanza del voto, nessuna notizia è stata data dai media internazionali, con l’eccezione di un articoletto del quotidiano finanziario tedesco Boersenzeitung. Si è deciso di far calare una cortina di silenzio su una decisione di enorme rilevanza sistemica. Non così in Svizzera. Il giorno successivo è esploso un intenso dibattito sui media, con la protesta della lobby bancaria, preoccupata a suo dire dalla “empia alleanza” di partiti di destra e sinistra che ha reso possibile il voto favorevole. Assolutamente imprevisto (perlomeno per i meno accorti) è stato l’accordo strategico tra il Partito Socialista (SP) e il Partito Popolare Svizzero (SVP), capaci di mettere da parte i temi sui quali essi hanno vedute notevolmente differenti. Un terzo partito, quello dei Verdi, si è unito alla coalizione per la separazione bancaria.

Il movimento di LaRouche – ricorda l’Eir – porta avanti da anni la campagna per la separazione bancaria anche in Svizzera, e ha letteralmente saturato gli ambienti imprenditoriali con opuscoli e propaganda. In questo ambiente così fecondato, il primo tentativo di mossa parlamentare si ebbe nel 2009, quando il fondatore di Swatch, Nicolas Hayek, riunì il fondatore del SVP Christoph Blocher e il segretario generale del PS, Christian Levrat. Ma successivamente, i due partiti non riuscirono a evitare le contrapposizioni ideologiche e l’alleanza crollò in occasione del dibattito parlamentare nel 2012. Il clima è decisamente cambiato da allora. Nell’opinione pubblica è maturato un sentimento di difesa dell’indipendenza nazionale minacciata da un assalto finanziario e politico la cui regia viene percepita a Washington. Ciò ha indotto PS e SVP a ritentare una convergenza su temi di interesse nazionale. Così, il 16 giugno i due partiti hanno “inaspettatamente” votato assieme contro la “Lex USA”, l’accordo per condividere i dati bancari con gli Stati Uniti. Il giorno successivo il parlamentare socialdemocratico Corrado Pardini ha annunciato la nuova “Iniziativa per la Sicurezza Bancaria” modellata espressamente sulla legge Glass-Steagall. Durante le ferie parlamentari sono avvenuti negoziati tra Pardini e Blocher, così che alla riapertura del Consiglio Nazionale, il 9 settembre, i giochi erano fatti.

Certamente un elemento scatenante della reazione politica è stata la nuova regolamentazione bancaria, introdotta alla fine del 2012 dall’autorità finanziaria Finma, per rendere possibile in futuro il bail-in delle grosse banche, a spese dei risparmiatori e degli obbligazionisti. Le nuove regole, riflesso delle direttive globali del Financial Stability Board, sono state denunciate dall’EIR presso il pubblico svizzero, con l’effetto di generare un’ondata di indignazione. Insieme alla pressione esercitata sulla Svizzera affinché si arrenda ad una ulteriore deregolamentazione trans-frontaliera, allo scandalo dello spionaggio dell’NSA e alla politica guerrafondaia degli Stati Uniti, questo elemento ha determinato un sentimento irremovibile nell’opinione pubblica d’oltralpe.

Il voto del Parlamento vincola il Consiglio Federale a rispondere formalmente alla richiesta di esaminare la possibilità di adottare la separazione bancaria. Prevedibilmente, esso costituirà una “commissione di esperti” zeppa di rappresentanti di banche, che ripeteranno il “no” all’idea, come accadde già nel 2010.

Per questo, Pardini ha annunciato che il suo gruppo sta preparando una richiesta di referendum nazionale da presentare presto al Cancelliere Federale per la sua vidimazione. In Svizzera il referendum propositivo è frequente e il suo risultato ha valore di legge. Un referendum sulla separazione bancaria permetterebbe di superare l’opposizione governativa e anche i problemi incontrabili nella camera alta, il Consiglio dei Cantoni, nel quale socialdemocratici, popolari e verdi non avrebbero la maggioranza. Pardini crede che il referendum potrebbe raccogliere un 60% di voti favorevoli alla legge Glass-Steagall.

Anche in America, sempre lo scorso 9 settembre, si è verificato un altro passo avanti in direzione della separazione tra banche d’affari e banche di credito. Riferisce l’Eir: l’ex amministratore delegato di Citibank e Citigroup, John Reed, ha dichiarato al Financial Times del 9 settembre che “bisogna ripristinare la vecchia separazione tra banche prevista dalla legge Glass-Steagall”. Già nel luglio 2012 Sandy Weill, ex amministratore delegato di Travelers Group e in seguito di Citigroup, ammise che la principale causa della crisi fu l’abrogazione della legge Glass-Steagall, chiedendone il ripristino. Entrambi furono determinanti nell’abrogazione: nel 1998, Reed fece da supervisore alla fusione tra la banca Citicorp e la compagnia di assicurazioni Travelers Group, che diventarono insieme Citigroup, dando il via all’era post Glass-Steagall della banca universale. E Richard Parsons, membro del consiglio di amministrazione di Citigroup da 16 anni, ha riconosciuto che l’abrogazione della legge Glass-Steagall fu la causa della crisi nel 2007-2008.

Nella sua intervista al Financial Times, John Reed ammette che la logica dietro questa decisione fosse “errata”. Inoltre smentisce l’argomentazione, spesso usata, secondo cui sarebbe difficile attuare oggi la separazione bancaria: “Si può fare. L’industria finanziaria è incredibilmente flessibile. Non abbiamo grandi basi di capitale fisso. Non è come il caso di una fabbrica, che deve essere riprogettata.

Anche l’uomo che ha gestito la bancarotta di Lehman Brothers, Bryan Marsal, riconosce in un’intervista a Die Welt (del 14 settembre), di aver cambiato idea radicalmente su Glass-Steagall. Dice di aver sostenuto la sua abrogazione, “fino a quando non ho visto che cosa è successo a Lehman”. Alla domanda se non sia sufficiente vietare il proprietary trading (come propone Paul Volcker), Marsal risponde: “La distinzione è artificiale. Non c’è una linea di demarcazione precisa tra proprietary trading e il trading su richiesta del cliente. Quindi la banca dovrebbe decidere: occuparsi di normali affari per la sua clientela, o di banche d’affari, titoli tossici ed hedge funds. Le due cose insieme non funzionano”.

Nel frattempo il LaRouche PAC continua a mobilitarsi per la separazione bancaria, sia a Washington che nel resto degli Stati Uniti. Il disegno di legge presentato al Senato dalla Sen. Elizabeth Warren e dal Sen. John McCain ha ricevuto il sostegno del senatore indipendente Bernie Sanders, che è diventato il decimo sponsor. E’ stato appoggiato anche dal congresso annuale della confederazione sindacale AFL-CIO, con una risoluzione approvata il 9 settembre. La stessa risoluzione chiede anche che in caso di riorganizzazione finanziaria, la priorità sia proteggere i fondi pensione invece dei derivati. Il giorno prima la Sen. Elizabeth Warren era intervenuta al congresso spiegando i motivi che l’hanno indotta a presentare il disegno di legge al Senato. Ha quasi ammesso, pur senza dirlo esplicitamente, che la riforma bancaria di Obama (la legge Dodd-Frank) è fallita miseramente e non ha messo fine alla crisi. (OPI)

 



   

 

 

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