Egitto: cristiani rapiti, torturati e assassinati, anche bambini

Raffaele Guerra

egitto7 sett – I copti ortodossi rimasti in Egitto vivono ormai nel mirino dei gruppi islamici estremisti affiliati ai Fratelli Musulmani. Nell’esplosione di violenza di metà agosto più di ottanta chiese sono state incendiate, insieme a scuole, case, attività commerciali e orfanotrofi. Secondo la diocesi copta ortodossa di Los Angeles quaranta di queste chiese sarebbero state attaccate tra il 15 e il 16 agosto in meno di ventiquattro ore. Lungo il Nilo, nelle aree di Minya, Beni Suef, Fayyoum, Sohag, Port Said, Luxor e Asyut, famiglie e aziende cristiane hanno ricevuto avvertimenti scritti di lasciare il territorio, sotto minaccia di rappresaglie da parte di gruppi affiliati ai Fratelli Musulmani. Naguib Gabriel, presidente della Egyptian Union of Human Rights Organization, ha dichiarato che “ottantadue chiese, molte delle quali risalenti al V secolo, sono state attaccate dai sostenitori di Morsi in soli due giorni”.

Aumentano, inoltre, di giorno in giorno gli omicidi di copti ortodossi praticanti. Wahid Jacob, giovane diacono della chiesa di San Giovanni Battista di Asyut, è stato rapito lo scorso 21 agosto da parte di “ignoti”, con una richiesta di riscatto di un milione e duecentomila sterline egiziane (circa centotrentamila euro). È stato ritrovato assassinato in un campo, con segni di pesanti torture. Il 10 aprile scorso, invece, Sameh George, di dieci anni, inserviente all’altare nella chiesa di San Abdul Masih di Minya è stato rapito e assassinato dopo una richiesta di riscatto di duecentocinquantamila sterline egiziane (circa ventisettemila euro). Ad essere rapito è stato, sempre ad aprile, anche Abanouf Ashraf, di dodici anni, di fronte alla sua parrocchia, la chiesa di San Paolo a Shubra al-Khayma.

Cyril Joseph, di sei anni, invece, è stato rapito a maggio. Dopo una richiesta di riscatto di trentamila sterline egiziane, i rapitori lo hanno assassinato e gettato nel gabinetto esterno della casa di famiglia. Senza contare le violenze indiscriminate contro donne e bambine cristiane, che spariscono con maggiore frequenza degli uomini. Non si contano gli abusi, le violenze e finanche i rapimenti a cui seguono dei forzati matrimoni con uomini appartenenti a comunità islamiche.
Lo scorso 19 agosto un commando islamista ha attaccato e ridotto in rovine la chiesa El Amir Tadros, nella città di Minya, che da più di un secolo serviva la comunità locale. Il diciannovenne Kerdos Gerghis, parrocchiano della chiesa assaltata e testimone oculare, ha dichiarato al Sidney Morning Herald che il commando ha devastato e saccheggiato la chiesa, per poi darle fuoco, mettendo in fuga clero e fedeli. Dopo circa un’ora è arrivata la polizia e tra le forze dell’ordine e gli islamisti (gruppi locali e sostenitori dei Fratelli Musulmani) è iniziata una lunga sparatoria.
“Le relazioni tra musulmani e cristiani in questa comunità”, ha dichiarato Kerdos Gerghis, “sono sempre state equilibrate e molti musulmani sono venuti nelle chiese per aiutarci a difenderle. Ho visto famiglie musulmane piangere nel vedere la nostra chiesa in fiamme”.

Non si è fatta attendere, però, la reazione degli estremisti sugli stessi musulmani del paese. Secondo quanto ha raccontato Gerghis, il giorno dopo, un giovane musulmano che lo aveva aiutato a spegnere il fuoco è stato ucciso, in un atto di vendetta e intimidazione.
I casi che si potrebbero citare sono quasi infiniti, dato il continuo precipitare della situazione: i media locali della penisola del Sinai hanno dato notizia, ad esempio, anche di un prete copto ortodosso ucciso a colpi di arma da fuoco e di un commerciante cristiano ucciso e decapitato sul posto.

Il vescovo copto ortodosso della diocesi di Minya, Macarios, ha alzato la voce contro il governo parlando all’australiana Fairfax Media dagli uffici della diocesi: “La mancanza di protezione per le chiese e i cristiani ha creato l’ambiente ideale in cui il crimine e il terrorismo possono proliferare. Stiamo chiedendo allo Stato”, ha ribadito il vescovo, “di proteggere le chiese e di mandare l’esercito nelle strade”.

Per quanto riguarda la posizione ufficiale dei copti ortodossi, non si fa difficoltà a riconoscere nelle varie dichiarazioni il sostegno e la speranza nei confronti del governo militare. I Fratelli Musulmani e i gruppi a loro affiliati sono i carnefici quotidiani dei cristiani copti d’Egitto. I media e le istituzioni occidentali che difendono i Fratelli Musulmani davanti al colpo di stato militare non sono ben visti dai copti: i militari rappresentano per loro un’estrema speranza di difesa e sopravvivenza. Proprio in un comunicato del 18 agosto scorso, il papa copto Tawadros II ha scritto che: “La Chiesa è dalla parte della legge egiziana, delle forze armate e di tutte le istituzioni civili del Paese quando si tratta di fronteggiare violente organizzazioni armate e gruppi terroristici, tanto nel paese che all’estero”.

Tawadros ha condannato il modo in cui gli eventi vengono riportati fuori dall’Egitto, parlando di “report falsificati dei media occidentali”, aggiungendo che “invece di legittimare i Fratelli Musulmani con l’appoggio internazionale e la copertura politica mentre essi provano a generare caos e distruzione nella nostra amata terra, [i media] dovrebbero riportare gli eventi in modo autentico e accurato”.

Wagih Yacoub, attivista copto, non risparmia dalle critiche neanche Stati Uniti ed Unione Europea: “Quasi ogni giorno rilasciano dichiarazioni che minacciano ulteriori provvedimenti contro il nostro governo ad interim e l’esercito, dipingendo i Fratelli Musulmani quali vittime, senza neanche citare la distruzione di oltre ottanta chiese, per non parlare di monasteri, orfanotrofi, aziende, scuole proprio ad opera della Fratellanza Musulmana”.

La sorte che sta toccando ai copti ortodossi in Egitto e ai fedeli delle altre confessioni cristiane è una forma di pulizia etnica e di genocidio che si sta consumando quasi nel silenzio, anche a causa della difficoltà di reperire notizie e informazioni in un paese che è travolto dalla violenze e dalla più radicale instabilità politica. Dall’occidente, una certa ideologia democratica, sclerotizzata, inibisce una seria presa di posizione contro i Fratelli Musulmani, dimenticando che imponenti manifestazioni di piazza hanno preceduto la deposizione di Morsi da parte dell’esercito. I Fratelli Musulmani e i gruppi islamisti a loro affiliati non rappresentano tutto l’Egitto, nonostante la vittoria elettorale di Morsi, dovuta più alle promesse di migliorare le condizioni di vita che ad altro. Nell’Egitto della fame e della bancarotta finaziaria, fra Mubarak e Morsi, però, le politiche sociali ed economiche sono rimaste quasi identiche. In un paese in cui povertà e insicurezza alimentare sono in continuo aumento, nonostante la follia islamista, l’ideologia religiosa non interessa la maggior parte degli egiziani: se non arriverà il pane al popolo anche l’esercito potrebbe trovarsi a fronteggiare le proteste di piazza.

Fonte: Egitto: dilaga la persecuzione contro i copti – Vatican Insider.



   

 

 

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