Venezia 70: applausi e commozione per Still Life di Uberto Pasolini

Joanne Froggatt ed Eddie Marsan in una scena del film "Still Life"

Joanne Froggatt ed Eddie Marsan in una scena del film Still Life

Succede che i festival del cinema si trasformino in un’occasione per scoprire dei piccoli capolavori, in programma nel cartellone di una fra le sezioni collaterali.
Still Life di Uberto Pasolini rientra a pieno diritto in questa categoria. E sono veramente molte le motivazioni per non lasciarsi scappare questo nuovo lungometraggio del regista romano, che avevamo già conosciuto ed apprezzato alle Giornate degli Autori del 2008 grazie al suo film di esordio Machan, e da molti anni di casa a Londra, dove ha prodotto film come Full Monty, I vestiti nuovi dell’imperatore e Bel Ami.

John May è un funzionario del Comune di Londra che si occupa di rintracciare eventuali familiari ed amici delle persone che muoiono in completa solitudine, e di cui nessuno si prenderebbe cura. Uomini che vivono ai margini della nostra percezione, che hanno sostituito gli affetti e le amicizie con una bottiglia o con un gatto, e che il nostro sguardo molto difficilmente prende in considerazione. Con la speranza che i loro funerali non vadano deserti.
Se non gli riesce, è lui stesso a provvedere all’organizzazione della cerimonia in ogni minimo dettaglio: dalla composizione degli elogi funebri (ricostruendo esistenze dimenticate e frammentate attraverso le fotografie e gli oggetti trovati nelle loro case) alla scelta delle musiche di accompagnamento più appropriate e dei fiori. E a presenziare ai funerali, di cui sarà il solo spettatore silenzioso.

Se John è animato da una grande comprensione e solidarietà nei confronti di queste persone, non è solamente perché si rende conto di quanto sia importante che ciascuno di loro possa ricevere un ultimo saluto il più dignitoso possibile, e che qualsiasi esistenza ha il diritto di essere salvata dalla dimenticanza e che venga riconosciuta la propria unicità.
Lui, per primo, non è per niente diverso dai defunti di cui si prende così tanta cura. Il suo cognome “primaverile” non è altro che un tragicomico contrasto con la sua vita ripetitiva e scandita da una ritualità quotidiana ai limiti dell’ossessivo. John si sente molto più a suo agio, e al sicuro, nell’ordine maniacale con cui predispone il suo ufficio, nella dedizione con cui porta avanti il suo lavoro, e nei gesti centellinati.
E riempie il vuoto di questo isolamento con la morte, cercando di rimanere a fianco di quegli uomini che non avranno nessuno vicino nel loro ultimo giorno. Sapendo molto bene che un giorno quella stessa storia si potrebbe ripetere anche per lui.

A vestire i panni di John May è uno straordinario Eddie Marsan, a cui Pasolini ha offerto il primo ruolo da protagonista assoluto nella sua carriera, dopo innumerevoli comparsate sia in molti blockbusters (Gangs of New York, V per vendetta, Mission: Impossible III, i due Sherlock Holmes, War Horse) che in film d’autore (21 grammi-Il peso dell’anima, The New World-Il nuovo mondo).
Ed è proprio sul set di uno di questi, I vestiti nuovi dell’imperatore citato all’inizio, che il regista lo ha conosciuto, apprezzato mentre recitava le sue tre scene con Ian Holm, e mai dimenticato.

Anche se Pasolini ha deciso di ambientare il suo film nella capitale britannica, non è difficile leggere il carattere universalistico della sua storia.
La solitudine delle persone che, per una decisione personale o per destino, non hanno nessuno con cui condividere la propria vita, e la dissoluzione dei buoni rapporti di vicinato in una estraniazione totale, sono caratteristiche tipiche di qualunque grande metropoli.

Considerando l’argomento trattato, tutt’altro che semplice da affrontare, Pasolini allegerisce la costruzione del film con sequenze lunghe e silenziose, colori tenui, luci morbide, e lavorando di dettagli. E anche con un po’ di ironia, mai fuori luogo.
Ma, soprattutto, non si abbandona mai al pessimismo. Perché non avere legami affettivi, o averli perduti, non significa non meritarli più. Perché nessuna vita è senza valore. Per spingerci a reagire di fronte all’indifferenza e all’inerzia emotiva.

 

Luca Balduzzi



   

 

 

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