Turchia, Erdogan: guerra alle carte di credito e alle lobby dei tassi d’interesse

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17 lug – La protesta dei giovani non si placa malgrado la dura repressione, da tutto il mondo sono arrivate critiche, i sondaggi mostrano un crollo dei consensi per il suo partito islamico Akp, la Lira traballa, i tassi sul debito schizzano in alto, ma il premier di Ankara Recep Tayyip Erdogan ha additato al paese un nuovo nemico: “le carte di credito”. “Non usatele!” ha tuonato a Istanbul durante un iftar, la cena serale che ogni giorno rompe il digiuno del Ramadam. Le banche sono “insaziabili” ha avvertito: “se la gente spendesse quanto vorrebbero le banche, non riuscirebbe mai a mettere insieme tutti quei soldi”.

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Dall’inizio delle manifestazioni contro il suo governo Erdogan ce l’ha con le “lobby dei tassi d’interesse”, che accusa di nascondersi dietro ai più di 2 milioni e mezzo di turchi scesi in piazza per denunciare la deriva autoritaria e islamica del suo governo e chiedere più libertà e democrazia. Il vicepremier Besir Atalay ha perfino puntato il dito contro la “diaspora ebraica”. I sondaggi mostrano che il paese non crede al ‘complotto ‘, ma Erdogan non demorde.

Oltre alle lobby finanziarie, che avrebbero voluto destabilizzare il suo governo e rendere più fragile per trarne vantaggi l’economia della Turchia – fino a pochi mesi fa una delle più fiorenti fra i paesi emergenti – dietro alla ‘cospirazione ‘ ci sarebbero secondo ‘ il sultano ‘ di Ankara anche la stampa estera, servizi e potenze stranieri, il capo dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che lo ha fra l’altro definito “un dittatore”.

L’attacco alle carte di credito, di cui le politiche liberiste del suo governo hanno favorito la diffusione dal 2002, con gli acquisti a rate di case, auto, beni di consumo. “Non prendetele! Non prendetele! Non faccio nomi, ma sappiate che una banca sulle carte di credito ha fatto 600 miliardi di lire di benefici” (250 miliardi di euro). “Sono soldi pagati dalla povera gente!” ha tuonato. Ma gli strali del premier turco rischiano di avere un effetto boomerang per l’economia del paese, la cui tenuta è indispensabile per la sopravvivenza elettorale della ‘galassia Akp’. L’instabilità politica dopo le proteste e la risposta a pugno duro di Erdogan, e le turbolenze finanziarie innescate dal cambio di rotta della Fed americana, hanno buttato giù la Lira, fatto salire i tassi sul debito, provocato una fuga di capitali. Fra il 17 maggio e il 5 luglio almeno 3 miliardi di dollari hanno lasciato la Turchia, ha calcolato il vicepremier Ali Babacan. Le accuse alle “lobby dei tassi d’interesse” potrebbero non rassicurare i mercati.
(ANSAmed).



   

 

 

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