Prato, città della contraffazione. Ancona e Ravenna i porti “fake”. E la colpa è della Ue

treni cinesi007PRATO, 14 Luglio 2013 – Prato, è la città della contraffazione? Ancona e Ravenna sono i porti “fake” i porti della contraffazione? E la colpa, è tutta colpa della Ue? A nostro avviso si. E vi spieghiamo perchè

L’obiettivo di questo articolo vuole essere una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei consumatori, affinché l’ammonimento sul pericolo (per la propria salute e per la tutela dei posti di lavoro) rappresentato dalla contraffazione li dissuada dall’acquistare merci “fake”.

L’80% di merci “fake” sono prodotte in Cina e sbarcano ad Ancona e Ravenna che via Atene sono le principali vie di ingresso di merci contraffatte nel nostro Paese e gran parte d’Europa.

I prodotti “fake” che giungono in Italia risultano sdoganati al Pireo, il porto di Atene, in quanto 2 dei 3 terminal di questo porto sono oggi gestiti da una compagnia cinese, cui il governo greco li ha ceduti nella necessità di far cassa per uscire dalla crisi finanziaria che affligge il Paese e per non uscire, invece, dall’Eurozona.

La colpa è sempre della Ue, ha lasciato che la Grecia si tramutasse nel cavallo di Troia con cui la contraffazione è penetrata nella stessa Unione si traduce per l’Italia in «un giro d’affari illegale di 6,9 miliardi di euro che corrispondono alla perdita di 110mila unità di lavoro sottratte ogni anno all’economia legale».

Secondo stime del Censis e del Ministero dello Sviluppo economico ricondurre sul mercato legale la produzione dei beni contraffatti comporterebbe «un gettito aggiuntivo per l’erario, complessivo di imposte dirette e indirette (considerando anche la produzione indotta) di 4,620 miliardi di euro. Vale a dire una cifra pari all’1,74% del gettito dello Stato». E a riprendere fiato sarebbe anzitutto il settore della moda (abbigliamento e accessori), che rappresenta il 35,9% del giro d’affari complessivo della contraffazione per un valore in cifra assoluta di 2,28 miliardi.

Ma siccome non finiamo mai di farci del male, la contraffazione è soltanto una minaccia  proveniente dall’esterno, ma cresce anche all’interno del Belpaese.

Pensate, nella sola Prato si stima che vi siano 4mila imprese (se hanno soltanto 10 lavoratori a ognuna, sono 40mila persone) condotte da cinesi e che, come riferito dalla locale Camera di Commercio, vi sia un fatturato in nero pari a un ammontare di tributi fiscali non versati di un miliardo di euro (nell’ultimo anno a fronte di un calo dello 0,3% delle imprese italiane, quelle condotte da cinesi sono aumentate dell’8,4%).

La minaccia è rappresentata anche dai 7,5 miliardi dei trasferimenti di denaro all’estero operate da 34mila sportelli in 5mila filiali della rete di Intesa San Paolo – primo player bancario entro i confini nazionali.

Un raffronto: ogni cinese trasferisce legalmente nella madrepatria una media di 1000 euro al mese (milleeuroalmese). Mentre un immigrato peruviano, ne trasferisce 170.  L’indice chiaro della presenza di un’enorme economia sommersa.

Ma non è finita qui. Perché il dato da una dimensione del fenomeno solo per difetto perché come saprete,  le rimesse all’estero vengono registrate solo a partire da un importo di 2.000 euro e dunque i controlli vengono facilmente aggirati con versamenti plurimi fino a 1.999 euro.

Quale’è il risultato che produciamo comprando un prodotto “made in china” o da un venditore abusivo che vende merci “fake”? Presto detto. Accanto al problema della corretta competizione sul mercato vi è: 1) la tutela dell’occupazione;

2) l’erosione che la contraffazione opera nei confronti dei marchi registrati comporta da un lato la perdita di posti di lavoro regolari, con conseguente scontento sociali (e possibili proteste), e dall’altro uno sfruttamento ampiamente fuori legge di manodopera da parte di chi produce merci “fake”;

3) un problema tributario (e anche contributivo) legato ai mancati versamenti relativi ai profitti e all’impiego di manodopera nonché di costi emergenti, per la protezione da accordare a chi perda lavoro;

4) un problema finanziario, rappresentato dalle somme che anziché essere messe in circuito entro i confini nazionali vengono spedite in altri Paesi;

5) Vi sono infine problemi di salute, per il cittadino e per il tessuto imprenditoriale: i prodotti contraffatti sono spesso realizzati in violazione delle norme igienico-sanitarie previste, anche in ambiti nei quali il consumatore è meno incline a fare attenzione: tra le merci sequestrate in Italia vi sono state anche scarpe “fake” con un livello di cromo fino a 20 volte superiore a quello consentito;

6) fiaccando le imprese “regolari”, la contraffazione rende queste ultime molto più facilmente scalabili, rilevabili e dunque trasferibili in mano extra-italiane, col rischio di esautorare per via di mercato la sovranità economica nazionale;

Rimedi a questa situazione sono in fase di studio. Noi ci permettiamo di darvi quello più efficace  e risolutore. Non comprate merci Made in China e/o da venditori abusivi.

 

Tratto da: l’Indro.it

Da: illustrazione di Fabio Aromatici, vicepresidente della Commissione Relazioni Internazionali di “Business Europe”.

Da: “Il libro nero della contraffazione”, autore Antonio Selvatici

 



   

 

 

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