Badanti, un lavoro in crescita: “Gli italiani non vogliono fare certi lavori”.

badanti-1La politica di accoglienza è appannaggio dei buonisti, multiculturalisti e nichilisti di questo Paese, si traduce nell’avere manodopera a basso costo: 3 euro l’ora per gli extracomunitari ed il thin thank di diffondere il messaggio secondo cui “gli italiani non vogliono fare certi lavori”. Occorre una regolamentazione e una professionalizzazione di questo servizio.

Il numero delle badanti che prestano servizio presso le famiglie, con formule e modalità diverse, è passato da poco più di un milione nel 2001 all’attuale 1 milione 655 mila (+53%), registrando la crescita più significativa nella componente straniera, che oggi rappresenta il 77,3% del totale dei collaboratori.

Le famiglie Sono 2 milioni 600 mila (il 10,4% del totale) che hanno attivato servizi di collaborazione, di assistenza per anziani o persone non autosufficienti, e di baby sitting. E si stima che, mantenendo stabile il tasso di utilizzo dei servizi da parte delle famiglie, il numero dei collaboratori salirà a 2 milioni 151 mila nel 2030 (circa500 mila in più) nel giro di poco tempo.

Sono dati di una ricerca realizzata dal Centro studi investimenti sociali (Censis) e dall’Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) per il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

Il dato che emerge dalla ricerca, oltre  all’assenza di intermediazione nel rapporto di lavoro, soltanto il 19% delle famiglie si avvale di intermediari per il reclutamento, è che esiste un’ampia area di lavoro totalmente irregolare, lavoro nero. Il 27,7% è quello che emerge, ma si stima siano molti ma molti di più. Poi c’è il lavoro “grigio” (il alvoro sottotutelato e sottopagato) e anche qui quello che emerge è il 37,8%.

E’ un lavoro che non si fa per scelta: il 71% di essi si trova nell’attuale condizione per necessità e il 35,4% perché ha perso il precedente lavoro (tra gli italiani la percentuale sale al 41%).
Malgrado ciò, la maggioranza (il 70%) considera l’attuale occupazione ormai stabile e solo il 16% sta cercando attivamente un lavoro più soddisfacente (tra gli italiani il 25%).

A fronte di ciò, le famiglie chiedono, oltre agli sgravi di natura economica, una maggiore semplificazione per l’assunzione e la regolarizzazione dei collaboratori (lo chiede il 34% contro il 40% che richiede gli sgravi), ma anche servizi che sul territorio favoriscano l’incontro tra domanda e offerta (29%).

Inoltre, il 34,5% delle famiglie vorrebbe l’istituzione di registri di collaboratori al fine di garantirne la professionalità, il 39% vorrebbe invece che venissero create o potenziate le strutture che si occupano di reclutamento, mentre il 25,7% sarebbe pronto ad affidarsi totalmente a un’agenzia privata che sollevi la famiglia da tutte le incombenze di carattere burocratico e gestionale.

A fronte di una spesa media di 667 euro al mese, soltanto il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, che si configura per i più nell’accompagno (19,9%). Se la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito familiare, non stupisce che già oggi, in piena recessione, la maggioranza (56,4%) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore, il 20,2% ha intaccato i propri risparmi, il 2,8% si è dovuto addirittura indebitare.

L’irrinunciabilità del servizio sta peraltro portando alcune famiglie (il 15%, ma al Nord la percentuale arriva al 20%) a considerare l’ipotesi che un membro della stessa rinunci al lavoro per prendere il posto del collaboratore.

Intrappolate nella spirale perversa delle esigenze crescenti a fronte di risorse calanti, il 44,4% delle famiglie pensa che nei prossimi cinque anni avrà bisogno di aumentare il numero dei collaboratori o delle ore di lavoro svolte. Ma al tempo stesso la metà delle famiglie (il 49,4%) sa che avrà sempre più difficoltà a sostenere il servizio e il 41,7% pensa addirittura che dovrà rinunciarci.

Con una domanda crescente di protezione sociale, è indispensabile incrociare il “welfare familiare“, che
impiega rilevanti risorse private, con un intervento pubblico di organizzazione e razionalizzazione dei servizi alla persona basato su vantaggi fiscali alle famiglie per garantirne la sostenibilità sociale.

La ricerca è stata presentata recentemente da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, Giancarlo Blangiardo, della Fondazione Ismu, e Natale Forlani, direttore generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del ministero del Lavoro e delle politiche sociali. È intervenuto Paolo Reboani, presidente di Italia Lavoro, e ha concluso il convegno Maria Cecilia Guerra, viceministro del Lavoro e delle politiche
sociali. (Public Policy)



   

 

 

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