«Usura, serve un giudice che processi le banche»

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19 mar – . «Bisogna mobilitarsi, unirsi e fare fronte comune, ma per fare questo bisogna trovare un giudice penale che abbia il coraggio di “morire” per questa causa, che non archivi le denunce penali, che faccia delle indagini, che si metta contro le banche che usurano la gente». È forte l’appello lanciato ieri mattina dalla sala parrocchiale di Dese, dal parroco don Enrico Torta e con lui dalla Confedercontribuenti, all’incontro “Usura, abusi bancari e sovraindebitamento”, che ha visto riuniti una cinquantina di piccoli e medi imprenditori, venuti un po’ da tutto il Veneto, per confrontarsi, guardarsi in faccia, scambiarsi informazioni, raccontare la propria storia e la propria caduta.

Hanno messo sul piatto i propri fallimenti, la ricorsa alle banche, i sospetti, divenuti realtà, che qualche cosa non quadrava quando oramai era tardi e oltre ai soldi avevano perso famiglia e dignità. Presenti, tra gli altri, Alfredo Belluco di Confedercontribuenti, Raffaella Zanellato e Gianfranco Muzio, sempre della Confederazione. Per primo ha preso la parola don Enrico: «Le persone che sono qui oggi (ieri, ndr)», ha esordito, «sono la punta di un iceberg, la gente è disperata, è in miseria, senza lavoro non riesce ad affrontare la vita, noi come parroci facciamo il possibile, ma piccole cose, paghiamo bollette, cerchiamo di aiutare, ma qui il problema è più radicale. La gente viene uccisa dal potere del profitto economico di cui le banche sono espressione, per questo chi come le perone presenti sono rimaste vittime di usura e ridotte sul lastrico devono unirsi, passarsi la voce, allearsi con un giudice che sia dalla loro parte. Volete che non si trovi? Quando il profitto riduce le persone così, chi si uccide non è vittima di suicidio, ma di omicidio legalizzato all’interno di una struttura in cui il Dio è il denaro e per il denaro si uccide».

Aggiunge don Torta: «Siamo nel bel mezzo di una crisi e al di là del suicidio, che spero non si possa mai tentare perché togliendosi la vita non si risolve nulla, io sono preoccupato perché le persone sono senza lavoro e senza soldi si deprimono, ci sono padri che non sanno come dar da mangiare ai figli e questo i potentati economici non hanno il diritto di farlo».

«Il 99 per cento dei conti correnti esaminati alle persone indebitate che ci hanno chiesto aiuto», ha detto Belluco, «presentano calcoli illeciti perseguibili per legge, le banche spesso si approfittano dell’ignoranza in materia degli imprenditori, ma nessuno deve arrendersi, bisogna costituire un fondo di resistenza, prepararsi a dare battaglia». «Ci hanno insegnato ad assecondare le banche», ha sottolineato Raffaella Zanellato, «pensando che siano nella legalità, invece gli istituti di credito stanno chiedendo sempre più spesso rientri dai fidi facendo puro terrorismo, minacciando, domandando soldi e prefigurando situazioni apocalittiche con metodi intimidatori per convincervi che ciò che dicono è oro colato. Non fatevi prendere dallo sconforto, noi rivendichiamo i vostri conti, non si può calpestare la dignità. Avete delle armi, mettetevi in condizione di far valere i vostri diritti, non suicidatevi ma ribellatevi, reagendo si può uscirne».

«Bisogna togliere alle banche il diritto di rivalersi chiedendo i danni ai clienti per poi scoprire che non era così, che non era un debito quello che si andava a riscuotere», rincara Muzio, «ecco perché quando sentiamo di qualche imprenditore che si toglie la vita, è un suicidio bianco, un suicidio di stato, perché lo stato non fa nulla».

A raccontare la propria storia Gianni Chinellato, mestrino vittima di usura, che da anni continua a protestare con atti eclatanti mettendosi il cappio al collo o legandosi a corde, dopo aver denunciato tre banche. Così come Gianpaolo Battaglia, riconosciuto vittima di usura, l’anno scorso caduto in depressione dopo aver perso trenta chili.

di Marta Artico  – nuovavenezia.gelocal.it

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