Inchiesta paradisi fiscali: 200 italiani nella lista degli evasori

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paradisi4 apr – Società offshore create nei paradisi fiscali delle Cook Islands e delle British Virgin Islands. Il settimanale “L’Espresso” nel numero in edicola domani pubblica in esclusiva per l’Italia l’inchiesta realizzata dal media network di Washington, The International consortium of investigative journalists (Icij), con la collaborazione di 86 giornalisti investigativi di 38 testate. Per la prima volta il pool investigativo di giornalisti è potuto entrare nei segreti della finanza offshore esaminando un database su 122mila società offshore, che fanno capo a due vere e proprie multinazionali ombra che muovono più di mille miliardi di dollari: somme in grado di destabilizzare l’economia del pianeta. E in questa rete, secondo l’inchiesta dell’ ‘Espresso’, avrebbero un ruolo anche duecento cittadini italiani e vengono presentate le prime quattro storie.

Un trust delle Cook Islands, paradiso fiscale della Polinesia, che ha come “custode” Gaetano Terrin, all’epoca commercialista dello studio Tremonti. Una società offshore nelle Isole Vergini che indica come beneficiario Fabio Ghioni, coinvolto nello scandalo Telecom. Un complesso sistema finanziario legato a tre famiglie lombarde di imprenditori e gioiellieri i cui esponenti, interpellati, negano qualsiasi coinvolgimento. Infine un trust che riporta come direttori i commercialisti milanesi Oreste e Carlo Severgnini, che hanno incarichi professionali nei più importanti gruppi italiani.

Dai primi documenti esaminati ad esempio emerge il nome del commercialista Gaetano Terrin: nel settembre ’97 è stato nominato “protector”, ossia custode, del Claudius Trust, creato nelle Cook Islands dall’avvocato americano Adrian A. Alexander e rimasto in attività fino al 2006. Terrin oggi siede nel collegio sindacale delle Generali ma all’epoca lavorava nello studio di Giulio Tremonti, di cui si definiva “stretto collaboratore”. E i file indicano come recapito proprio lo studio Tremonti di Milano. Ma Terrin spiega: “Ho accettato quell’incarico per amicizia, lo studio Tremonti non c’entra”.

Nelle British Virgin Islands invece si trova un’altra società che ha come beneficiario Fabio Ghioni, già collaboratore della security Telecom condannato per spionaggio illegale. Agli atti c’è la sua qualifica, il numero del suo passaporto, ma Ghioni dichiara a “l’Espresso” di non saperne nulla. L’offshore, aperta sei mesi prima del suo arresto, risulta attiva almeno fino al 2009.

Un altro Trustee indica come amministratori due vip della piazza finanziaria milanese: i fratelli Oreste e Carlo Severgnini, commercialisti, professionisti che hanno avuto incarichi nei più importanti gruppi italiani e in passato anche consiglieri di Stefano Ricucci. A loro fanno riferimento pure altre due entità domiciliate nei paradisi fiscali.

Invece Silvana Inzadi in Carimati di Carimate risulta avere dato vita nel 2002 a una complessa struttura di trust nelle Cook Islands che intreccia tre famiglie in una sorta di dynasty finanziaria. In prima fila, la stirpe dei Pederzani, titolari della gioielleria meneghina di via Montenapoleone, storici fornitori di ricche casate. Sono Claudio Pederzani, suo figlio Alberto jr e suo fratello Alberto sr. A questi si aggiunge Maria Cristina Agusta: figlia di Mario, fratello di Corrado e Domenico Agusta, esponenti della dinastia degli elicotteri, moglie divorziata di Claudio Pederzani e madre di Alberto jr.

Il secondo gruppo allinea i due discendenti diretti di Silvana Inzadi, Enrico e Daria Carimati di Carimate, nonché Ascanio, figlio di Enrico e Cristina Agusta, al suo secondo matrimonio. Segue il terzo nucleo: Daria, sposata con Pierre Luigi Camurati, i loro figli Nicolò e Cristiana, l’anno scorso convolata a seconde nozze con Aristide Merloni, uno dei figli di Vittorio Merloni.

Con sorpresa, tra i beneficiari sono riportati anche tre enti caritatevoli: Unione italiana ciechi; Lila ossia Lega italiana per la lotta contro l’Aids e il Centro per il bambino maltrattato.

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I responsabili negano di sapere nulla del trust. E secondo fonti de “l’Espresso” averli indicati potrebbe essere solo un escamotage per evitare controlli della magistratura. Ma anche gran parte dei beneficiari della struttura offshore sostengono di non avere mai avuto a che fare con le società costituite nell’atollo polinesiano. tmnews

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