Laura Boldrini, una vita spesa a sputare sull’Italia

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di Maria Giovanna Maglie

31 mar – L’occhio stupito del bambino, il dolore del migrante, la ricchezza inesplorata del disabile, la buona politica che è speranza e passione, l’antifascismo a cui dobbiamo tutto, i talenti che se ne vanno, le donne che subiscono violenza, quelli che cadono e non si rialzano, i detenuti in condizione disumana, gli anni trascorsi a rappresentare i diritti degli ultimi, e naturalmente la Costituzione che è la più bella del mondo, i morti di mafia, don Ciotti, l’Europa crocevia di popoli, il Mediterraneo con troppi morti…. Pare  che si siano messi in due, la pasionaria e il poeta e suo mentore Vendola, a scrivere il discorsetto di insediamento, appena capito che il colpo era riuscito, in due per mettere insieme tanti luoghi comuni e tante parole vuote, alcune perfino belle e giuste, per carità, prese una alla volta, ma tutte assieme schiacciate a non significare nulla, a non scegliere nessuno, in quella melassa buonista, pacifista, tardo internazionalista, immobilista, in due parole comunista all’italiana, della quale la vita e le opere di Laura Boldrini, neo presidente della Camera, sono intrise.

Volentieri non mi unisco al santino che dipingeranno quasi tutti, alla beatificazione già partita massiccia sul web; sono pronta a finire ancora una volta nell’elenco dei reprobi dichiarando che il neo presidente è un funzionario delle Nazioni Unite che negli anni trascorsi a occuparsi di rifugiati non si è mai comportata da italiana che ha a cuore il bene del suo Paese, al contrario ha messo insieme spirito anti italiano e furore antiberlusconiano, guadagnandosi così evidentemente ampi meriti in patria e all’estero. Cito a testimonianza la data fatidica del 2009 quando la signora a coronamento dei suoi attacchi al governo italiano colpevole di difendere le frontiere da sbarchi continui, ma anche impegnato a farla finita con lo sfruttamento dei disperati che si imbarcano sulle carrette del mare, si guadagnò la copertina di Famiglia Cristiana. Come scrisse il militante  direttore, don Antonio Sciortino: «Laura Boldrini è l’italiana dell’anno». Motivo? «Il costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo e soprattutto la dignità e la fermezza mostrate nel condannare i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo, voluti dal governo Berlusconi». Ecco.

Sarà bene ricordare che in quei giorni e da allora in continuazione la signora Boldrini ha fatto la testimonial di sé stessa in tv, e che la cosa più gentile che le si sentiva dire è che «i militari italiani adottano un comportamento inumano». Non credo che leggerete nelle biografie ufficiale che si è sempre sentita la paladina di un’Onu organismo imparziale e onnisciente, che non si può criticare, contestare, al quale non si può rispondere. Non è così, vista la quantità, almeno il quaranta per cento, di Stati non democratici che ne fanno parte, e che vengono cordialmente invitati a presiedere le Commissioni per i Diritti Umani, o che la fanno da protagonisti nelle  presunte conferenze contro il razzismo dove si fa invece professione di razzismo, terrorismo, antisemitismo.

Ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo, uno per tutti lo scandalo del cosiddetto «Oil for food», il petrolio in cambio di cibo e medicinali al popolo iracheno, che finì per metà nelle tasche di Saddam e compagni, per l’altra metà in quelle di funzionari delle Nazioni Unite, su fino all’ufficio dell’allora Segretario generale. Non uno di questi potenti signori è stato in grado di risolvere una crisi internazionale, e per qualcuno si potrebbe parlare di curriculum imbarazzante. Ma storie censurate abbondano anche sull’Alto Commissariato per i rifugiati, in rappresentanza del quale la Boldrini ha costruito il suo lancio nella politica attiva, e che periodicamente denuncia la disumanità dei militari italiani verso i profughi. Una per tutte. Nel 1997 ci fu una manifestazione di protesta contro l’amministrazione del campo profughi di Kakuma, nel Nord-Ovest del Kenya, e un gruppo di rifugiati distrusse un capannone che era stato costruito dall’Acnur, trafugando razioni alimentari dai depositi. L’Acnur decise di sospendere la distribuzione di cibo a tutti e di licenziare i rifugiati suoi dipendenti. L’applicazione di queste pesantissime misure non fu risparmiata a nessuno degli oltre venticinquemila del campo, neanche alle donne incinte o ai bambini. Ma la cosa più terribile, secondo quanto scrive Francesco Verdirame, docente a Cambridge, è che «l’evento passò inosservato, così come altri casi di punizioni collettive in campi profughi in Africa orientale e occidentale».

Di questa cultura dell’impunità, il ditino alzato perennemente contro l’Italia che tenti di difendere confini fragili, di non farsi invadere, di non far imbrogliare disperati che sperano in una vita migliore e finiscono a lavare vetri o a rubare, è fatta la storia da maestrina dalla penna rossa di Laura Boldrini. (liberoquotidiano – 18 marzo 2013)



   

 

 

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