Il business delle “case dell’acqua” con fondi pubblici, a spese dei cittadini

5 sett – Le case dell’Acqua guadagnano terreno, tanto che al 31 dicembre 2011 sono 411 in tutta Italia. Ad un costo irrisorio che può essere di circa 5 centesimi a litro queste strutture offrono un nuovo modo di approvvigionamento dell’acqua potabile con importanti vantaggi ambientali.

Ci sono però alcuni aspetti delle case dell’acqua alla spina che non convincono, come ad esempio i finanziamenti pubblici. L’Istituto Bruno Leoni, ad esempio, segnala che in Lombardia la regione ha stanziato 8oo mila euro per la realizzazione di questo tipo di distributori di acqua al fine di stimolare le persone all’uso dell’acqua che scorre negli acquedotti (2 italiani su 3 sembrano non fidarsene) e di diminuire l’uso della plastica per l’imbottigliamento e del trasporto su ruote delle bottiglie.

In questa regione, le case dell’acqua sono gestite in particolare da quattro so­cietà pubbliche – Cap Holding, Ianomi, Tam e Tasm – che operano nel settore della depurazione delle acque e gestiscono le reti di collettamento dei comuni in provincia di Milano, Lodi e Pavia. La casa dell’acqua, commenta all’Adnkronos, Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, ‘‘è un’iniziativa commerciale in quanto si entra in un nuovo business, facendo concorrenza all’acqua minerale”, ossia quella in bottiglia.

Secondo Stagnaro, dunque, ”il finanziamento pubblico o la remunerazione direttamente in bolletta provoca una distorsione del mercato e della concorrenza”. Secondo il paper elaborato dall’IBL, infatti, il livello minimo essen­ziale relativo al ‘diritto all’acqua’ viene soddisfatto già con le garanzie relative alla ge­stione del servizio idrico integrato.

Le case dell’acqua, secondo l’Istituto Bruno Leoni, non possono quindi ritenersi un servizio pubblico essenziale o co­munque un servizio di interesse generale, atteso che la medesima acqua che da esse viene somministrata finisce già sulle case di tutti i residenti, attraverso i rubi­netti della cucina.

Atteso dunque che i cittadini godono già della possibilità di bere l’acqua che scorre negli acquedotti, qualsiasi altra modalità di erogazione di acqua buona da bere rientra in un’attività di impresa che né gli enti locali né la regione hanno motivo di sostenere o frenare. Inoltre, sottolinea Stagnaro, ”è importante evidenziare che ”l’acqua minerale è diversa da quella del rubinetto”.

La casa dell’acqua, però, ”viene proposta come diretta concorrente della minerale”. Ma le due acque non sono simili, e su questo punto ‘‘il marketing è ambiguo’‘. Ricapitolando, dunque, secondo lo studio dell’Istituto Bruno Leoni, un progetto regionale di finanziamento delle case dell’acqua con soldi pubblici è ingiustificato, poichè interviene in quella che potrebbe essere una normale attività di impresa.

Inoltre, è ingannevole nel far ritenere agli utenti di poter risparmiare il costo dell’acqua in bottiglia, come se il prodotto fosse equivalente e discriminatorio nei confronti di coloro che comprano acqua in bottiglia per finalità terapeutiche, e che si troverebbero nella condizione di partecipare, da contribuenti, alle spese di costruzione e gestione delle case dell’acqua senza poterne usufruire. adnk

L’acqua alla ‘spina’ ”non ha le stesse caratteristiche di quella in bottiglia e sulla qualità sono molto scettico”. Così Ettore Fortuna, presidente Mineracqua, commenta all’Adnkronos il fenomeno delle case dell’acqua che distribuiscono acqua potabile in diversi comuni. In questi distributori, ”l’acqua per essere migliorata viene fatta passare attraverso dei filtri e, se non è uguale a quella del rubinetto e a quella minerale, allora che acqua è? Perché non è disciplinata come le altre?” si domanda il presidente di Mineracqua.

Inoltre, ”questi sistemi di filtrazione, che tolgono il cloro, peggiorano la qualità eliminando alcuni parametri e aumentando il rischio di contaminazione batterica“. Qualche mese fa ”il ministero della salute ha emanato una circolare agli assessori regionali dicendo che queste casette dell’acqua dovevano essere assoggettate ai controlli”. Ma purtroppo ”non è stato ancora fatto”.

Quanto ai finanziamenti pubblici, Fortuna spiega che ”si tratta di una destinazione ingiustificata delle risorse pubbliche che in tempo di spending review lascia pensare” visto che le case dell’acqua ”costano 20 mila euro l’una”. L’interesse dell’acquedotto, però, spiega Fortuna, ”è per giustificare l’aumento delle tariffe”. Basti pensare che ”in 10 anni le tariffe sono aumentare del 70%”. Le amministrazioni comunali, ”dovrebbero impiegare i soldi per migliorare l’acqua del rubinetto e non investire in questi distributori’‘.

 



   

 

 

1 Commento per “Il business delle “case dell’acqua” con fondi pubblici, a spese dei cittadini”

  1. AQUA ITALIA: “Chioschi dell’acqua: un servizio di qualità per il cittadino”.

    Negli ultimi anni, si è affermato un fenomeno estremamente interessate che ha riportato in auge le fontane pubbliche negli ambienti urbani. Sono centinaia, infatti, le amministrazioni locali che offrono alla cittadinanza l’erogazione di acqua potabile trattata, refrigerata e gasata. Il vantaggio economico per il grande pubblico è uno dei principali pregi del servizio. Infatti l’erogazione è completamente gratuita o, in alcuni casi, a fronte di un costo irrisorio (5 cent di euro per l’acqua refrigerata e/o gasata).

    Dalla ricerca CRA – NIELSEN 2012, poi, è emerso che il 53,5% degli intervistati conosce l’esistenza del servizio e, nel dettaglio, il 16,4% di questi vive in un comune che possiede un Chiosco dell’Acqua e il 37% vive in una località che non lo possiede ma se fosse proposta l’iniziativa, aderirebbe di certo. Numeri che non hanno certamente fatto gioire chi commercia acqua in bottiglia.

    L’acqua erogata è buona, sicura e controllata e queste strutture hanno dei sistemi di disinfezione che garantiscono la qualità al punto d’uso. Si tratta, quindi, di acqua a km zero che evita l’inquinamento atmosferico dovuto alla produzione, al trasporto e allo smaltimento delle bottiglie di plastica e il tutto si traduce in un risparmio di spesa e in un beneficio concreto in termini di ambiente e salute.

    A titolo esemplificativo, valutando il prelievo annuo di 300.000 litri da un Chiosco si ottengono:
    200.000 bottiglie PET da 1,5 l prodotte in meno;
    60.000 kg di PET in meno (30g/bottiglia);
    1.380kg di CO2 risparmiati per la produzione di PET;
    7.800 kg di CO2 in meno per il trasporto (stimando una media di 350km)

    Si tratta, quindi, di un vero servizio al cittadino volto a ridurre e limitare le emissioni di gas serra (2002/358/CE) e orientato a modificare gli attuali modelli di consumo in ambito di prevenzione dei rifiuti ( 2008/98/CE), oltre ad essere una attività finalizzata all’attuazione del principio dello sviluppo sostenibile (D.lgs. 3 aprile 2006 n.152 (TUA)).

    AQUA ITALIA e Federutility hanno pubblicato due edizioni del “Manuale operativo dei Chioschi dell’Acqua” che analizza nel dettaglio le carattersitiche di queste strutture, la gestione e i costi oltre ad alcuni esempi applicativi.

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