Egitto… una rivoluzione tutta da rifare.

Un dato è certo: il 16 e 17 giugno prossimi l’Egitto ritornerà a votare per eleggere il primo presidente post-rivoluzione. I candidati che andranno al ballottaggio saranno: l’islamista Mohammed Morsi, candidato ufficiale dei Fratelli musulmani, e il laico Ahmed Shafiq che è stato la vera sorpresa elettorale, ex ufficiale dell’Aeronautica militare con una breve esperienza da Primo ministro dal gennaio al marzo 2011 conclusasi con le dimissioni.

Ci si sarebbe aspettati un testa a testa tra Morsi e Abu al-Futtuh, fuoriuscito dai Fratelli musulmani nei mesi scorsi per avere annunciato la propria candidatura alla presidenza contravvenendo all’ordine di scuderia del movimento che inizialmente aveva rassicurato gli egiziani che non avrebbe puntato alla massima carica dello Stato. Invece le urne hanno bocciato sia Abu al-Futtuh sia l’ex segretario generale della Lega araba Amru Musa.

Il primo commento al risultato è che, comunque vada, nulla cambierà. Se Shafiq, come molti dei suoi oppositori e detrattori ribadiscono, è un personaggio legato al passato regime, al dittatore Mubarak, non si può certo dire che Morsi rappresenterà la novità. Durante un’intervista al canale satellitare Al-Hayat Shafiq ha giustamente ricordato che anche i “Fratelli musulmani erano al servizio del regime di Mubarak”, tanto che a seguito delle elezioni parlamentari del 2005, erano stati eletti ben ottantotto candidati indipendenti legati al movimento, tra cui Morsi stesso. E’ cosa risaputa che durante il regime di Mubarak i Fratelli musulmani erano ufficialmente banditi, ma ufficiosamente tollerati. E’ cosa risaputa che l’articolo due della costituzione egiziana che recita che “la sharia è  la fonte principale della legge” è stato imposto dal movimento fondato da Hasan al-Banna.

Nel faccia a faccia Morsi-Shafiq chi avrà la meglio? Il punto di partenza è un 24,9% per Morsi e un 24,5% per Shafiq. Shafiq è risultato vincente in località turistiche come Luxor, nelle circoscrizioni con alta concentrazione di copti quali Assiut, e alcune zone di Alessandria e Il Cairo, infine a Manufiyye, la roccaforte di Mubarak. Purtroppo la strada per Shafiq sarà tutta in salita. Se può contare sul voto della maggioranza dei copti che, pur avendo sofferto sotto il vecchio regime, non vedono di buon grado l’avvento di presidente islamista, non può contare su un sostegno compatto da parte della componente laica né tantomeno dei giovani della rivoluzione che lo considerano un felul, termine dispregiativo che indica chiunque sia legato a Mubarak e al suo entourage.

Come era intuibile la maggior parte delle forze islamiste sosterranno Morsi. Se Abu al-Futtuh non si è ancora pronunciato a riguardo, hanno già annunciato il loro appoggio sia la Gamaat al-islamiyya sia il partito salafita al-Nur. Ma a stupire sono soprattutto le dichiarazioni di movimenti e singole persone laici e che pare non comprendano il vero pericolo di un paese nelle mani degli islamisti.

Stupisce Mahmud Afifi, portavoce del Movimento giovanile del 6 aprile, che ha dichiarato che farà di tutto per evitare la vittoria di Shafiq. Stupisce ancor di più lo scrittore Alaa al-Aswani che su Twitter ha scritto: “Se il ballottaggio sarà tra Morsi e Shafiq allora bisognerà costituire un ampio fronte nazionale per salvaguardare la rivoluzione e per sostenere i Fratelli musulmani contro il regime corrotto e sanguinario di Mubarak”. Già in passato al-Aswani si era contraddistinto per la sua cieca ideologia che lo aveva portato a denunciare e chiedere il risarcimento a una casa editrice israeliana perché l’aveva tradotto senza autorizzazione in una lingua che lui disprezzava e lo aveva portato a dichiarare che il ricavato dalla causa lo avrebbe versato direttamente a Hamas. Ma mi domando come si possa essere così ciechi e sordi da non volere ammettere che i Fratelli musulmani rappresentano e rappresenteranno una nuova dittatura in nome dell’islam. Mi domando come si possano dimenticare parole come quelle di Mustafa Mashhur, ex Guida Suprema del movimento dal 1996 al 2002, che nel 1995 dichiarava: “L’unica nostra riserva nei confronti della democrazia è che conferisce al popolo una sovranità totale. Non siamo contro ciò, ma questa sovranità deve essere inserita nella cornice fornita dalla sharia. … la democrazia è accettabile solo nel momento in cui rappresenta l’interesse migliore per il popolo”. Sempre Mashhur ha chiarito quanto segue: “Per il momento accettiamo il principio della pluralità dei partiti, ma quando conquisteremo il potere e instaureremo il potere islamico potremo accettare oppure rifiutare questo principio”.

E’ evidente che gli egiziani al ballottaggio dovranno scegliere il male minore, ma farebbero bene a tenere presenti le parole del tunisino Karim Ben Slimane che il 23 maggio scorso ha pubblicato sul sito www.kapitalis.com un articolo dal titolo “In Tunisia si stava meglio sotto Ben Ali” nel quale ricorda tra l’altro che “sotto Ben Ali eravamo tutti musulmani. Dopo Ben Ali siamo diventati musulmani con epiteto: salafita pietista, salafita jihadista, ash’arita, hanbalita e la lista è ancora più lunga”. Riassumendo gli egiziani dovrebbero votare pensando che se era la libertà lo scopo della rivoluzione, ebbene la libertà non la otterranno certo votando per il candidato di un movimento il cui motto è sempre stato “l’islam è la soluzione”. Gli egiziani dovrebbero leggere un articolo dell’intellettuale yemenita-svizzera Elham Manea in cui si affermava che la soluzione è sempre e solo l’uomo!

 

 



   

 

 

1 Commento per “Egitto… una rivoluzione tutta da rifare.”

  1. Questi concetti dovrebbero essere bene afferrati anche dai nostri connazionali … ad esempio tradotto in “nostrese” si può dire “Per il momento( che ci fa comodo) accettiamo il principio della pluralità delle religioni e delle culture ( e pretendiamo i nostri diritti ), ma quando conquisteremo il potere e instaureremo il potere islamico potremo accettare oppure rifiutare questo principio”.

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