“Il velo nell’Islam”, da obbligo a scelta identitaria.

ROMA, 25 FEB – Non solo un obbligo sociale o religioso, ma anche un’estetica e uno stile di vita; non solo un simbolo imposto dell’islam politico, ma anche una libera scelta che si accompagna a quel ritorno delle religioni nella sfera pubblica che caratterizza il nuovo secolo. E’ il velo di cui parla Renata Pepicelli, ricercatrice all’Universita’ di Bologna, in ”Il velo nell’Islam”, agile saggio edito da Carocci. Gia’ autrice per la stessa casa editrice di uno studio sul femminismo islamico, Renata Pepicelli affronta il tema del velo dal punto di vista religioso (non tutte le interpretazioni del Corano concordano sull’obbligo di portarlo) e soprattutto da quello storico, passando dall’eta’ coloniale – in cui coprire i capelli poteva essere un atto di opposizione alle influenze straniere – a quella ”rivoluzione velata” in corso dagli anni Settanta ad oggi. E nella quale il velo rappresenta non solo un simbolo politico, ma anche un segno di ”adesione a certi ideali comunitari” o ”l’effetto di un revival spirituale”, osserva l’autrice, unito alla delusione delle speranze dei movimenti di indipendenza in nord Africa e Medio oriente.

Certo e’ che il velo islamico, oltre a suscitare grandi dibattiti in Europa
sulla liceita’ dell’hijab e del niqab negli spazi pubblici, ha anche dato vita
in questi anni ad una trasformazione dei costumi sotterranea e pervasiva. E non solo nelle societa’ musulmane – a cominciare proprio dalla Repubblica islamica dell’Iran, terra del castigato chador, ma che fa anche da laboratorio per le intepretazioni piu’ libere e innovative del foulard sui capelli da parte delle donne – ma anche in quelle occidentali. Sorprendente puo’ essere cosi’ la
lettura dei capitoli sull”islamic fashion’ ed il mercato dei make up e dei
prodotti estetici ‘halal’, pronti a raggiungere – grazie ai portenti del marketing e delle mode – anche le consumatrici non musulmane. Anche le giovani
velate del resto – osserva la studiosa – non sfuggono alla vanita’ e al consumismo. Ma al tempo stesso possono fare del velo, come ogni donna del
proprio abbigliamento, l’occasione per una scelta di stile personale e
originale. E se e’ vero che nel modo di vestire le secondo generazioni
immigrate possono trovare una risposta identitaria, e’ altrettanto vero che
grandi marche come H&M e Mango hanno gia’ cominciato ad approfittarne, e
cosi’ quelle sul mercato on line. A conclusione del libro, infine, un richiamo
alle provocazioni artistiche di Princess Hijab, l’artista di strada che dal
2006 a Parigi prende di mira i corpi esposti al consumismo dei manifesti
pubblicitari, coprendone i volti con niqab decisamente conturbanti. Un fenomeno artistico entrato anche nelle gallerie d’arte, ricorda Renata Pepicelli, e che costringe gli osservatori occidentali a riflettere non solo sulla cultura islamica del velo, ma anche sulla propria. (ANSA).



   

 

 

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