Corano bruciato: protesta non si ferma. Attaccata sede dell’Onu.

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KABUL 25 Feb – Almeno tre persone sono rimaste uccise stamani in Afghanistan nelle violenze durante le proteste per il rogo del Corano, secondo testimoni. Dopo il morto di Logar, altri due manifestanti sono stati uccisi dalla polizia a Kunduz, mentre davano fuoco a case e negozi. A Kunduz la folla ha cercato di dare l’assalto alla sede Onu.

Migliaia di afghani sono scesi in piazza anche oggi per il quinto giorno consecutivo per protestare contro il rogo di alcune copie del Corano avvenuto martedì nella base militare Usa di Bagram. Secondo fonti ufficiali, almeno quattro sono le province afghane dove si tengono oggi le proteste: quelle di Logar (est), Sari Pul (centro), Nangarhar (est), mentre violenze si registrano in quella di Laghman (nord-ovest).

A Mihtarlam, capoluogo della provincia di Laghman, i manifestanti, circa 2.000, sono sfilate nel centro della città, dove la marcia è diventata “violenta”, con una sassaiola contro il palazzo del governatore, alla quale la polizia ha replicato con “spari”, secondo uno dei manifestanti citato dalla France Presse. A Sari Pul i manifestanti sono circa 5.000, mentre sono poche centinaia, dicono i testimoni, quelli a Logar, dove si gridano slogan come “Morte all’America” e “Morte a Karzai”. Dall’inizio delle manifestazioni ci sono stati 29 morti, 12 dei quali nella sola giornata di ieri, quando le proteste antiamericane e contro il governo di Kabul si sono scatenate al termine della Preghiera del venerdì.

IERI – Dodici morti in un solo giorno: sono sempre più violente e sanguinose le proteste in Afghanistan dopo l’incidente “sacrilego” in cui alcuni giorni fa un ufficiale americano in servizio presso la base militare di Bagram ha dato ordine di distruggere col fuoco materiale religioso islamico, fra cui alcune copie del Corano. E mentre la protesta comincia a contagiare il vicino Pakistan, il governo di Kabul sembra impotente a controllare la rivolta popolare che oggi si è manifestata intensa anche durante il venerdì di preghiera, all’uscita dalle moschee, e che in serata aveva aggiunto altre 12 vittime, almeno una delle quali un poliziotto. Sale dunque a 29 il conteggio dei morti – quasi tutti uccisi da proiettili – da martedì, quando sono iniziati i disordini: fino a ieri erano i 17 morti degli scontri fra polizia e manifestanti, compresi i due soldati americani uccisi da un militare afghano.

Dagli ospedali, fra cui quello di Emergency, sono stati segnalati una cinquantina di feriti. Dopo che perfino Barack Obama, di fronte alla gravità della dissacrazione, aveva presentato formali scuse al popolo afghano – contestato per questo in patria da esponenti della destra, come Newt Gingrich e Sarah Palin -, il presidente Hamid Karzai ed il comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), generale John Allen, hanno inutilmente rivolto appelli alla calma e ad attendere la fine dell’inchiesta in corso. Come avvenuto da martedì, anche in questo quarto giorno di proteste le invettive e gli slogan peggiori sono stati dedicati agli “invasori” statunitensi, considerati responsabili di tutti i mali della regione. E come avvenuto altrove, sono stati attaccati obiettivi militari e civili americani. Gli incidenti più gravi oggi sono avvenuti ad Herat, capoluogo della provincia in cui è stanziato il grosso del contingente militare italiano, e dove centinaia di persone hanno marciato decisamente contro il consolato degli Stati Uniti. Vi sono stati lanci di pietre, bombe molotov e scontri con le forze di sicurezza che si sono saldati con almeno sette morti (fra cui un ufficiale della polizia) e decine di feriti. Un portavoce del contingente italiano a Camp Arena, vicino all’aeroporto, ha confermato che nessun militare o civile è rimasto coinvolto nella dura battaglia campale avvenuta in città.

La tutela della sicurezza nella città di Herat, peraltro, era stata trasferita dagli italiani a esercito e polizia afghani già lo scorso anno nella prima fase del processo di ritiro delle truppe straniere, che dovrà concludersi nel 2014. Cortei e manifestazioni, che hanno prodotto almeno altre cinque vittime, sono state segnalate inoltre anche a Kabul e nelle province di Baghlan, Ghazni, Kunduz, Nangahar, Paktia e Balkh. La rabbia anti-americana ha contagiato anche la popolazione di almeno tre città pachistane: Karachi, Lahore e Islamabad. A Kabul centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale, senza poterlo raggiungere per l’ingente schieramento di forze dell’ordine. Ma in scontri a fuoco in due quartieri della città, due manifestanti hanno perso la vita in modo non chiaro. A Kabul è stata vista anche la bandiera bianca dei talebani.

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