Kosovo, Vescovo cattolico: “rischio avanzata Islam radicale”

PRISTINA, 10 GEN – Un dialogo interreligioso che avanza a piccoli passi, senza clamori, chiedendo di rimanere lontano dalla politica. Un Islam moderato, che rischia il contagio wahabita. A quasi quattro anni dalla sua indipendenza il Kosovo tenta rinsaldare le proprie tradizioni e chiede all’Occidente di essere salvato dal giogo del radicalismo islamico che avanza lentamente, facendo leva sull’indigenza.      ”Le questioni che attanagliano il Kosovo sono soprattutto di natura economica. Il vero problema e’ la grande disoccupazione che colpisce la popolazione”, spiega ad ANSAmed don Lush Gjergji, vicario generale della Chiesa cattolica del Kosovo.

Delle tensioni religiose don Lush parla, ma senza clamori. ”Il dialogo interreligioso va avanti sia con gli ortodossi che con i musulmani”. E’ di un paio di mesi fa, ricorda il vescovo, ”l’incontro che abbiamo avuto con il gran Muftì del Kosovo, Naim Ternava e il vescovo ortodosso di Raska e Prizren, Teodosije Sibalic”. A dovere dare il buon esempio e a smorzare le tensioni tra ortodossi e musulmani, dice, ”sono le due chiese sorelle che devono dimostrare questa cristianita’, permettendo agli altri di essere sé stessi. Non e’ infatti possibile escludere chi non appartiene alla propria comunita”’, sottolinea don Lush, ricordando che soltanto il 3 percento della popolazione kosovara e’ cattolica. Come fare allora a convincere i monaci di Peja/Pec e Decani a uscire dai loro monasteri? ”Devono vincere la loro paura”, replica il vescovo. ”I monaci di Decani – fa notare – hanno iniziato a imparare l’albanese.

Tutto cio’ lascia ben sperare per una normalizzazione dei rapporti tra serbi e albanesi”.    Anche il segretario generale della comunità islamica del Kosovo, Resul Rexepji, conferma gli ottimi rapporti con la Chiesa cattolica e parla di una lieve apertura con quella ortodossa. ”In passato – dice – i rapporti sono stati difficili. Ora, però, le cose sembrano migliorare. La politica deve rimanere fuori dai rapporti interreligiosi”.    La comunità musulmana del Paese, ricorda Rexepji, riunisce albanesi, turchi, bosniaci, bektashi e rom. Oggi il Kosovo conta 760 moschee, mentre prima della guerra ve ne erano 550. Al contrario di altri Paesi, le regole per la predicazione sono chiare. “Per diventare imam bisogna avere frequentato una madrasa, superare un concorso, entrare alla Facoltà di studi islamici”. Anche la societa’ kosovara vive la propria religiosita’ in maniera diversa rispetto a quella arabo-musulmana. Qui, il grande Bairam (la festa del Sacrificio) si festeggia bevendo una rakìa (superalcolico simile alla grappa). Di veli, barbe lunghe e abiti tradizionali se ne vedono pochissimi e a produrre vino e birra – per lo più nelle zone di Suhareke e Rahovec, nel distretto di Prizren – sono sempre i musulmani. Altro elemento distintivo: la presenza di confraternite sufi (corrente mistica dell’Islam), non soltanto tollerate, ma parte attiva della vita religiosa del Kosovo. La piu’ importante, e’ rappresentata dalla tekke halveti di Prizren, conta 15 mila fedeli e e’ attiva ininterrottamente dal 1713.    ”Noi – conclude il segretario generale della comunità islamica del Kosovo – non andiamo d’accordo con l’Islam professato nei Paesi arabi e non intendiamo andare in quella direzione. Per questo, siamo preoccupati per l’avanzare dell’Islam radicale nel nostro Paese”.    Per ora sono pochi quelli affascinati dal cosiddetto ”talebano dei Balcani”, Fuad Ramiqi, che con la sua organizzazione, ‘Bashkohu’ (Unisciti), predica la conversione totale dello Stato all’Islam. Ma poi? ”Se l’Occidente dovesse lasciarci soli” – non si stanca di ripetere l’ambasciatore del Kosovo in Italia, Albert Prenkaj – il nostro Paese rischia di finire nell’alveo dei Paesi islamici più fanatici”.

(di Cristiana Missori)(ANSAmed).



   

 

 

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