Quel “piano” per il lavoro che sa tanto di Urss

di Claudio Romiti

Tutti invocano un piano per il lavoro. Già il piano, ovvero quella sinistra definizione che durante i “fasti” del socialismo si è ritenuto per 70 anni che potesse sostituire l’azione regolatrice del mercato.

Se i sindacati volessero fare realmente l’interesse di chi cerca disperatamente lavoro, e non semplicemente un reddito, si batterebbero affinchè l’esecutivo dei professori alleggerisse il peso delle tasse. Il 2012 si apre con una raffica di rincari, in gran parte derivanti da decisioni governative, ed i sindacati tradizionali, Cgil in testa, invocano un piano per il lavoro.

Già il piano, ovvero quella sinistra definizione che durante i “fasti” del socialismo realizzato faceva tremare i polsi ai popoli soggetti al dominio di una classe di burocrati che ha ritenuto per 70 anni di sostituire l’azione regolatrice del mercato e della concorrenza con quella assolutamente distorsiva di una politica centralizzata.
Tant’è, occorre sempre ricordarlo ai posteri, che nonostante una accurata pianificazione l’Urss, che sotto gli zar era il primo esportatore mondiale di cereali, durante l’intero periodo comunista ha sempre dovuto importare ingenti quantità di grano, persino durante l’ultimo periodo della cosiddetta perestroika gorbacioviana.

E sebbene nell’impero sovietico la disoccupazione fosse quasi assente, nondimeno c’era ben poco da comprare con i salari che il sistema collettivizzato dispensava: le lunghe file per la carne e il pane hanno rappresentato la norma per i popoli governati dalla falce e il martello.

Eppure in tema di occupazione i nostri sindacati, ricompattati su una posizione radicale dalla crisi e da una concorrenza interna che li spinge sempre più su una deriva demagogica, chiedono all’esecutivo delle tasse non una politica di liberalizzazione, pronti ad alzare barricate sul sempre più marginale articolo 18, bensì una azione diretta, volta -non si sa bene come- a creare nuovi posti di lavoro per una massa crescente di cittadini.

In sostanza, i sindacati vorrebbero mantenere l’attuale ingessatura normativa, con la quale il concetto di mercato del lavoro rappresenta un vago e irranggiungibile paradigma, e nel contempo stimolare l’occupazione attraverso una azione deliberata dell’esecutivo. Ma, come il buon senso e l’esperienza insegnano, l’unico modo diretto che ha un governo per garantire nuovi salari è quello di assumere nella già più che debordante pubblica amministrazione, aumentando ulteriormente una spesa che ha raggiunto livelli proibitivi.

D’altro canto, così come la sfera politica non è in grado di far funzionare tutti quei processi produttivi che consentono ad una società avanzata come la nostra di godere di beni e servizi in gran quantità e di elevata qualità, allo stesso modo essa non è assolutamente capace di pianificare l’offerta di lavoro che deriva dallo sviluppo dei medesimi processi produttivi. Anzi, per quel che mi consta, la sfera politica può solo interferire pesantemente in senso negativo inasprendo, così come sta attualmente facendo, il livello della fiscalità allargata, in maniera tale da restringere ulteriormente le risorse e, conseguentemente, la propensione ai consumi ed agli investimenti della società spontanea, vero e unico motore della crescita economica.

Ebbene, se Cgil, Cisl e Uil volessero fare realmente l’interesse di chi cerca disperatamente una occupazione produttiva, e non semplicemente un reddito pagato da qualcun altro, si batterebbero affinchè l’esecutivo dei professori alleggerisse il peso delle tasse e della burocrazia sul mondo del lavoro, incentivando l’economia nel suo complesso a creare nuove opportunità professionali per tutti.

Tuttavia, una siffatta visione liberale non è proprio nelle corde di coloro i quali, postisi come un macigno a tutela di chi è già più che garantito, continuano a rappresentare un elemento di freno e di conservazione nello sviluppo di una moderna articolazione nei rapporti tra Stato, imprenditorialità e manodopera, più o meno qualificata.
Monti e Fornero docet!?

Claudio Romiti



   

 

 

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