L’imperativo categorico del burocrate: “Mi copro le spalle”

Nella jungla delle norme e dei regolamenti, e delle conseguenti e continue interpretazioni dei medesimi, regna, quale monarca assoluto, il principio
burocratico del “Mi copro le spalle”; volendo, c’è anche una versione scurrile del coprirsi.
Ci si copre le spalle per il tramite del granitico e liberticida assunto:”Tutto è vietato, eccetto quanto è chiaramente permesso”.

A tali riflessioni mi consegna il fondo di Angelo Panebiaco, sul Corriere di oggi, 3 gennaio 2012. Perché mai sottolineare la data? Questo fondo di Panebianco avrebbe potuto trovare lo stesso risalto, e uguale collocazione nel menabò, in un numero qualsiasi del Corriere, a vostra scelta, partendo dall’anno di fondazione (1876) del quotidiano fino ai nostri giorni stranissimi, stranianti e straniati; comunque attraversati da un filo rosso inconfondibile e asfissiante:la burocrazia.
Questo mostro, all’apparenza indistruttibile, è andato a sedimentarsi attraverso le epoche, quasi fosse uno degli elementi che formano la crosta terrestre. E va a creare un circolo vizioso che si alimenta della sfiducia verso l’altro. Sfiducia e sospetto a ogni livello, sotto la cappa dell’imperativo totalizzante:”Coprirsi le spalle”.

Siamo in un pantano.

Per uscirne, bisogna spezzare il circolo vizioso. Altrimenti si ritorna alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. È chiara la responsabilità della politica; ma guai considerare la Costituzione un totem:proprio per questo, i costituenti vollero l’articolo 138.

guglielmo donnini



   

 

 

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