I fenomeni del cambiamento: Balie napoletane in nero e sottopagate per bebè cinesi

Capita, nella zona della stazione centrale di Napoli, di vedere nei passeggini bebé con gli occhi a mandorla scarrozzati da donne mediterranee. All’inizio si può pensare che i piccolini siano adottati o in affido, ma poi la spiegazione: sono mamme in affitto. Si tratta di un lavoro che napoletane quarantenni si sono industriate a fare. Nella città che meno opportunità offre alle donne, dove 3 su 4 sono fuori dal mercato del lavoro, fanno quello che riesce loro meglio: crescere i figli. Ma a pagamento. Contribuscono all’economia di casa prendendosi cura a casa propria dei bambini di imprenditori e grossisti cinesi con una tariffa modica rispetto a quanto costerebbe una ‘vera’ baby sitter. Proprio come per le badanti c’é un tariffario anche per la balia napoletana. La mamma riceve 500 euro netti o 600 euro se provvede anche a cibo e pannolini. In nero, manco a dirlo. E si prende cura del bimbo generalmente fino ai 3-4 anni. Succede da tempo nella provincia vesuviana – Terzigno, Somma, San Giuseppe – dove anni fa si sono impiantati i primi opifici cinesi. Ora anche in città, nella zona popolare e ad alta densità della Stazione dove sono venuti ad abitare anche i commercianti all’ingrosso che hanno colonizzato con i loro capannoni la periferia est. I nuovi ricchi cinesi hanno una certa capacità economica, ma – impegnati a lavorare 12-13 ore al giorno – non si concedono il lusso di crescere un figlio. Non li lasciano – forse per far integrare meglio i bambini – nei nidi dormitorio all’interno della propria comunità. Li affidano notte e giorno a una donna che surroghi l’amore materno.

E se accudire gli anziani è un lavoro spesso delegato alle donne immigrate, quelle italiane trovano più accettabile dedicarsi ai bambini. A sentire alcune storie si capisce che tra le nuove balie ci sono donne in cerca di un figlio mai avuto o che ne crescono uno per dare da mangiare ad altri. Una di loro è Annamaria, 40 anni, 3 figli e un marito che lavora saltuariamente. Così attraverso un contatto con uno studio che sbriga pratiche di tutti i tipi ha trovato un lavoro atipico ed è lei che porta in casa la fetta maggiore di reddito familiare. Il nuovo arrivato è il figlio di un grossista che abita nella sua zona, nel rione Case Nuove, proprio accanto alla stazione Centrale. La mamma del piccolo è tornata in Cina, lasciando a Napoli il figlio. Dal lunedì al sabato Annamaria fa la mamma oltre che dei suoi figli anche del bimbo, che ora ha quasi due anni, e quando l’ha preso ne aveva 6. Il piccolo mangia, dorme, la chiama “mamma”, impara l’italiano (o meglio il dialetto) dai “fratelli”. Poi la domenica sta un po’ col papà di sangue anche se “non vuole andarci – spiega la donna – non lo riconosce e non lo capisce quando parla”. Quando avrà l’età per andare a scuola, potrebbe partire. E’ già successo al bimbo cresciuta da una balia sua conoscente. A quattro anni è volato verso la Cina per indottrinarsi alla disciplina d’origine. Le storie sono tante e diverse. Donne senza scolarità, e con poche alternative. Ma anche casalinghe col desiderio di un figlio. Franca ha avuto una piccolina cinese che ha chiamato Sabrina, ora ha 8 mesi. La bimba non è figlia sua, ma a volte sembra dimenticarselo. E se un giorno dovessero riprendersela? “Non ci voglio nemmeno pensare, per adesso mi godo mia figlia”, dice



   

 

 

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