Fallimento editoriale di “Terra”, organo ufficiale dei Verdi, costato agli italiani 6 milioni di euro

di Daniele Bushido Venanzi

E’ con la promessa di tornare che il quotidiano Terra, organo ufficiale del partito dei Verdi, chiude i battenti di un’avventura iniziata tre anni fa.

Un fallimento editoriale che non ha mai conosciuto una vera distribuzione nelle edicole e che è costato ai contribuenti italiani ben sei milioni di euro di provvidenze in due anni, a fronte di una misera tiratura tra le 2000 e le 3000 copie.

Cari lettori, dobbiamo sospendere le pubblicazioni e trovare nuovi fondi per andare avanti. Una settimana, un mese, chissà. Ma il prossimo numero di Terra arriverà”.

Alla base del fallimento, oltre all’insuccesso editoriale, vi sono ragioni economiche e ideologiche. Luca Bonaccorsi, l’ormai ex direttore della testata, individua tra le cause del fallimento gli attriti con il partito, la cui ingerenza mirava a trasformare il quotidiano in una Pravda ecologista (sic) al servizio della linea dettata dalla dirigenza.

Nonostante gli importanti fondi a disposizione, i redattori e i collaboratori di Terra lamentano il mancato pagamento di diverse mensilità. Mercoledì 16 i giornalisti hanno organizzato un picchetto davanti alla redazione, apponendo striscioni recanti accuse nei confronti della società editrice: “Dove sono i milioni del finanziamento pubblico?” e ancora “Bonaccorsi, gli accordi sindacali si rispettano”.

Al di là della polemica, ciò che resta di Terra è un fallimento decretato dal mercato, ancor prima che dall’esaurimento dei fondi. Terra era un quotidiano fazioso, estremamente partigiano, poco godibile. La linea editoriale era appiattita sui diktat di un ambientalismo dogmatico, ideologico; un quotidiano privo di dialettica, di pluralismo, di apertura verso un modo differente di concepire la tutela dell’ambiente.

Gli attriti tra la direzione della testata e il partito, le proteste dei giornalisti, sono soltanto lo sfondo della crisi di un progetto destinato a perire per la sua stessa natura. Che l’episodio sia di monito per gli ambientalisti: la disonestà intellettuale si paga.

Daniele Bushido Venanzi



   

 

 

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