IL PUNTO DI VISTA – Il pericolo del voto anticipato

di Claudio Romiti

E’ indubbio che Silvio Berlusconi, rassegnando le dimissioni e offrendo un sostegno fondamentale al nuovo governo Monti, abbia dimostrato un alto senso di responsabilità nei riguardi della nazione. Obiettivamente c’era ben poco da fare di fronte all’imminente e definitiva spallata che i mercati finanziari stavano per dare al nostro già traballante Paese.

A tale proposito, occorre rispondere a chi, come Giuliano Ferrara, invoca in questo difficile frangente il valore supremo della democrazia elettiva che un popolo può pure scegliere di continuare a spendere ed indebitarsi all’infinito, tuttavia non è detto che questo serva a convincere i creditori a rinnovare il debito.

Così come è stato per la Grecia nei riguardi del paventato referendum, proposto incautamente dal dimissionario premier Papandreou, anche in Italia, per se in maniera decisamente inferiore, l’ondata di sfiducia che l’ha colpita sconsiglia assolutamente il ricorso ad un immediato riscontro popolare.
E questo, a mio avviso, rappresenta il limite visibile dei sistemi democratici basati sul cosiddetto deficit-spending, ovvero sulla ricerca del consenso attraverso l’utilizzo sempre più consistente della spesa pubblica. Ciò, molto in sintesi, ha creato nel tempo tutta una serie di interessi corporativi che si sono consolidati attraverso l’intermediazione e la compiacenza dell’intera classe politica.

Questo coacervo di guarentige e privilegi, spesso rappresentati in modo trasversale nei principali partiti, ha praticamente condotto il sistema politico ad una sostanziale immobilità, affidandosi nei momenti più difficili ai soliti pannicelli caldi di antica memoria. L’unica cosa che in una tale condizione i governi di tutti i colori sono riusciti a fare nel corso degli ultimi decenni è stata quella di aumentare in maniera consistente la spesa pubblica, giunta oramai a toccare il 53% del Pil, causando una conseguente lievitazione della pressione fiscale allargata.

Ora, tutto questo ha retto fintanto che non si innescasse l’effetto a catena di una crisi economico-finanziaria mondiale che, a mano a mano, ha cominciato a rendere evidenti le difficoltà dei Paesi affetti da un eccesso di spesa e in costante deficit di bilancio. Il tema della solvibilità dei debiti sovrani ha cominciato prepotentemente a farsi strada nell’ambito di queste democrazie, mettendone in discussione la possibilità di rispondere ai mercati attraverso, per l’appunto, attraverso la strada ordinaria del suffragio universale.

Da questo punto di vista la nascita dell’esecutivo Monti rappresenta una svolta quasi epocale. Ossia, la presa d’atto che solo attraverso un governo tecnico, sostenuto da una grande coalizione, sia possibile adottare tutta quella serie di impopolari misure per salvare il Paese che nell’ambito di una normale articolazione politica scaturita da una elezione sarebbero impensabili.
Tutto ciò, come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, pone ancora una volta in evidenza il tema molto liberale dell’esigenza di porre dei limiti costituzionali all’azione economica e finanziaria della sfera politica. Limiti che, come abbiamo visto, allo stato attuale ci sono stati imposti dalla neutralità degli investitori e degli speculatori internazionali.

E per riconquistare del tutto quella tanto auspicata sovranità popolare non c’è che una strada: riportare il debito pubblico entro dimensioni accettabili, finendola una volta per tutte con la democrazia del consenso fondata sull’eccesso di spesa pubblica. Da questo punto di vista l’utilizzo sterile della demagogia elettoralistica non può che provocarci ulteriori danni.

Claudio Romiti



   

 

 

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