I veti del Pd al Governo Monti

di Claudio Romiti

Stefano Fassina - PD

Imola Oggi – Come volevasi dimostrare. Avevo già espresso dubbi circa la qualità politica del sostegno del Pd al nuovo esecutivo Monti e regolarmente, nel corso dell’ultima puntata di “Porta a porta”, questi dubbi si sono manifestati in modo sinistro. Infatti, il responsabile in prima persona della linea economica dei democratici Stefano Fassina ha espresso una tesi piuttosto inquietante, soprattutto in relazione al governo di larghe intese che sta faticosamente prendendo forma.

In sostanza, ad una stringente domanda di Bruno Vespa, centrata sull’accettazione o meno del protocollo informale espresso in agosto nella lettera della Bce, il nostro ha dato una risposta assolutamente insoddisfacente che conferma appieno le nostre liberali perplessità.

In soldoni, il braccio economico di Bersani ha dichiarato che a suo parere l’Europa ci chiederebbe di raggiungere alcuni obiettivi di massima, lascondo però a noi la possibilità di scegliere la strada che riteniamo migliore. Ciò significa, scendendo nei dettagli, che il Pd risulta assolutamente ostile a toccare le pensioni e, cosa ancor più grave, a mettere le mani nel delicato mondo del lavoro, introducendo forti elementi di flessibilità.

Ora, nonostante i bizantinismi di un partito al cui interno convivono molte anime diverse e, spesso, contrapposte, su questi due fondamentali aspetti l’Europa e, soprattutto, i mercati finanziari non possono in realtà soprassedere, riguardando due settori di primaria importanza nello sviluppo del Paese. Le pensioni perchè rappresentano la principale voce di spesa nel bilancio pubblico e, conseguentemente, l’onere più pesante sul piano della produzione; mentre la flessibilità professionale in uscita costituisce la riforma più efficace per incentivare, checchè ne dicano gli incalliti statalisti italiani, la crescita occupazionale del sistema.

Ebbene, se il Pd pensa di porre il veto su due così importanti nodi da sciogliere, ritenendo di arzigogolare qualcosa che possa surrogare riforme che il Paese attende da anni, commetterebbe un errore fatale per la nostra già molto intaccata credibilità. Sotto questo profilo, è comprensibile che in condizioni normali gli eredi di Togliatti vogliano salvaguardare la propria base elettorale, evitando scavalcamenti a sinistra.

Tuttavia, è l’idea stessa di un esecutivo delle larghe intese, così come altre esperienze nel mondo hanno dimostrato, che consente a chi vi aderisce per senso di responsabilità nazionale di accantonare temporaneamente i propri interessi di bottega, pagando ognuno il suo pegno in termini di popolarità.  Ebbene, riprendendo un efficace battuta finale del conduttore di “Porta a porta”, se il Partito democratico pensa di trasportare all’interno di questo nuovo governo il suo vecchio programma senza alcuna modifica sostanziale, allora sarebbe meglio che comunicasse ciò a Mario Monti, evitando di scomodare il neo-eletto senatore a vita.

Dato che siamo veramente giunti nella fase delle scelte dolorose ed irrevocabili, Bersani & company non hanno più spazio per il gioco delle tre carte. O si sostiene il doloroso interesse nazionale che proverà a realizzare Monti o meglio sarebbe, anche se rischiando il tracollo finanziario, andare a nuove elezioni.

Claudio Romiti



   

 

 

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